Il 29 e 30 settembre 1975 tre studenti, Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido, rapirono, violentarono e torturarono le giovani Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. La prima morì, la seconda si salvò miracolosamente fingendosi morta. Erano i tempi del divorzio, dell’aborto, dell’emancipazione delle donne, quando il più aberrante dei delitti sconvolse l’Italia

La sera del 30 settembre 1975una Fiat 127 bianca correva sulla Pontina, direzione Roma. A bordo tre ventenni cresciuti in zona Parioli e iscritti al liceo classico in un istituto cattolico, il San Leone Magno. Tre nomi destinati a diventare emblema del male, già noti per numerose scorribande delinquenziali e simpatizzanti di destra: Andrea Ghira, 22 anni, figlio di un imprenditore famoso in gioventù come campione di pallanuoto; Angelo Izzo, ventenne, iscritto a Medicina; Gianni Guido, diciannovenne, aspirante architetto. «Eravamo guerrieri, quindi stupravamo, rapinavamo, rubavamo. Questo era la mentalità che ci univa», dirà Izzo. Il terzetto stava rincasando dopo la mattanza: la musica dell’autoradio era al massimo, sulla colonna sonora de “L’esorcista”, e le vittime le avevano stipate nel portapacchi, dopo averle ammazzate. Tutte e due, pensavano… E invece no: una s’era salvata fingendosi morta. Si chiamava Donatella Colasanti e aveva una cascata di capelli ricci,mentre l’amica Rosaria Lopez, viso tondo, angelicato, non aveva retto alle violenze, e ormai era un fagotto inerte, impacchettato in una coperta. 

I tre pariolini le avevano agganciate un paio di giorni prima al bar del «Fungo», il serbatoio-ristorante dell’Eur frequentato dalle comitive di teenager, e tra una Coca Cola e una battuta erano riusciti a strappare un appuntamento per lunedì 29 settembre, alle 15.30, davanti al cinema Ambassade della Montagnola. Si erano presentati solo Izzo e Guido, però. Armati delle peggiori intenzioni. In tasca avevano le chiavi della villa al mare di Ghira, che li avrebbe raggiunti dopo. «Che dite, ragazze, se invece del cinema andiamo a una festa a Lavinio? È più divertente…» avevano proposto, sfoderando il sorriso migliore. Donatella e Rosaria avevano accettato, non avevano motivi di sospetto. Parlando di Lavinio, ben più vicino a Roma del Circeo, i due avevano puntato a rassicurarle. Ed erano entrati in azione.  All’epoca non esistevano i cellulari. Durante il viaggio, Izzo si fermò per telefonare al fisso di Villa Moresca, per accertarsi che fosse vuota, che non ci fosse qualche domestica, e poi a Ghira, per dargli il via libera. «Forza, vieni anche tu! Noi siamo lì tra poco».

Le violenze, descritte in ogni dettaglio negli atti giudiziari e nelle cronache dei giornali, lasceranno l’Italia sgomenta. Per 36 ore – sera del 29 settembre, tutta la notte, giornata successiva – i massacratori, diventati nel frattempo tre con l’arrivo di Ghira nei finti panni del capo dei marsigliesi,  non diedero scampo alle sventurate. Rosaria e Donatella continuavano a implorare di essere liberate, ma invece che indurli a pietà la loro disperazione faceva schizzare sangue dagli occhi. Le spogliarono, chiusero in bagno nude, sbeffeggiarono per le origini popolari, obbligarono ad assumere droga, seviziarono, stuprarono. «Ragazzi, vado a casa e torno…» Accadde anche questo, nel mezzo delle torture: Guido si assentò per non fare preoccuparei genitori, andò a Roma, cenò con loro – giudizioso come il figlio che tutti vorrebbero avere – e in tarda serata tornò al Circeo. Notte di orrori, l’alba, la mattina seguente. Fino a che Donatella riuscì ad afferrare il telefono per chiamare la polizia, e scattò la furia assassina: Rosaria fu affogata nella vasca da bagno; Donatella presa a sprangate, trascinata sul pavimento con una cintura al collo, colpita ripetutamente alla testa e abbandonata lì così, perché pareva morta. I corpi furono presi di peso e collocati nel retro della Fiat 127 del padre di Guido. Ecco, siamo tornati sulla Pontina: «Come dormono bene queste!», «Zitti, a bordo ci sono due morte…»

Arrivarono a Roma all’ora di cena del 30 settembre, Ghira, Guido e Izzo. E avevano un certo appetito. «Mangiamoci una pizza, poi decidiamo cosa fare di quelle», propose uno dei tre. Parcheggiata l’auto in via Pola, al Nomentano, si allontanarono senza temere di essere scoperti, e per lei fu la salvezza. Donatella Colasanti iniziò a battere con i pugni sul bagagliaio, per richiamare l’attenzione. Gemeva, piangeva, tentava di urlare ma le era rimasto un filo di voce. Alle 22.50 un metronotte se ne accorse e girò l’allarme al 112. «Cigno, cigno… C’è un gatto che miagola dentro una 127 bianca in via Pola», fu la comunicazione della Sala operativa alle “gazzelle” in servizio nella zona di Villa Torlonia. 

Andrea Ghira, chi era

Nato a Roma il 21 settembre 1953, Andrea Ghira era figlio di Maria Cecilia Angelini Rota e di uno dei più noti e stimati imprenditori edili di Roma, Aldo Ghira. Legato fin dagli anni del liceo classico Giulio Cesare ad ambienti di estrema destra, a scuola Ghira aveva fondato un gruppo che concepiva il crimine come mezzo di affermazione sociale. A seguito della sua partecipazione a manifestazioni di estrema destra con annessi episodi di teppismo politico, i primi guai con la giustizia arrivarono all’età di 16 anni, nel 1970. Ammiratore della banda dei marsigliesi, Ghira si faceva chiamare “Jacques”, come il criminale Jacques Berenguer, membro del gruppo criminale francese che aveva agito anche a Roma. A 18 anni venne denunciato per minaccia a mano armata e lesioni aggravate, mentre un anno dopo venne arrestato insieme all’amico Angelo Izzo per rapina aggravata e violazione di domicilio. Nonostante una condanna a cinque anni di reclusione, dopo soli due anni Andrea Ghira uscì dal carcere. Un evento, questo, che doveva essere festeggiato, motivo per cui il 30 settembre del 1975 insieme ad Angelo Izzo e Gianni Guido si incontrò a Villa Moresca, la sua casa al Circeo.

Izzo e Guido vennero arrestati dopo poche ore, Ghira non venne mai trovato. Probabilmente grazie a una soffiata alla famiglia, infatti, il ragazzo riuscì a far perdere le proprie tracce, non finendo così nelle mani della giustizia. A seguito del processo, a tutti e tre venne dato l’ergastolo, anche se a Ghira in contumacia. Per molti anni non si seppe nulla di lui, nonostante qualcuno credette di vederlo in giro per Roma. Successivamente si scoprì che dopo essere fuggito, Ghira aveva passato alcuni mesi in un kibbutz israeliano, per poi arruolarsi nel 1976 con il nome di Massimo Testa de Andrés nella Legione straniera. Rimase lì per 18 anni, poi fu cacciato a causa delle condizioni psicofisiche non idonee. Secondo le ricostruzioni, morì il 2 settembre del 1994 a Melilla, dove fu ritrovato nel letto con una siringa infilata nel braccio. Passarono dieci anni prima che la famiglia rese noto che il soldato morto era in realtà Andrea Ghira. Il 26 novembre 2005 l’esame del DNA sciolse tutti i dubbi: il corpo sepolto a Melilla era infatti quello di Ghira.

«Andrea Ghira è a Roma»

Secondo Donatella Colasanti, però, quello ritrovato in Spagna a Melilla non era il corpo di Andrea Ghira. Per lei, infatti, l’analisi del DNA era stata alterata, tanto che in una delle ultime interviste prima di morire di tumore nel 2005 dirà: «Andrea Ghira è qui, a Roma, libero».