Elisabetta Villaggio ha dedicato al padre Paolo il libro “Fantozzi Dietro Le Quinte” ed il corto Paolo Villaggio: mi raccont, dove racconta tanti lati inediti dell’artista scomparso nel 2017 volto del ragioniere del grande schermo.

Oggi la regista sarà ospite de La Volta Buona, in onda a partire dalle 14 su Raiuno dove si racconterà in un’intervista realizzata dalla conduttrice Caterina Balivo. Nata a Genova nel 1959, si è laureata in Filosofia all’Università di Bologna e ha poi intrapreso gli studi in Cinema e Televisione a Los Angeles presso la USC (University of South California). Ha lavorato in televisione, come assistente alla regia, autrice e consulente per programmi Rai, Mediaset e La7. Il suo cortometraggio Taxi è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre con il documentario Paolo Villaggio: mi racconto ha partecipato all’ArtDocFest di Roma nel 2010. Scrittrice, ha pubblicato diversi libri, tra cui Una vita bizzarra (Città del Sole Edizioni, 2013), vincitore del Premio Anassilaos alla narrativa, e Fantozzi dietro le quinte (Baldini+Castoldi, 2021).

Elisabetta Villaggio e il rapporto con il padre

Elisabetta Villaggio ed il padre Paolo Villaggio

Riguardo il padre la Villaggio aveva raccontato sulle pagine di Specchio il momento nel quale l’attore raggiungeva il successo e dell’impatto che aveva avuto nella sua vita: “A me la troppa attenzione un po’ infastidiva, c’era molta pressione su di lui, un’attenzione a volte eccessiva, infatti non volevo che mi venisse a prendere a scuola perché le maestre si agitavano moltissimo. Crescendo, maturai l’idea di distanziarmi un po’. Ero iscritta all’ultimo anno di filosofia a Bologna quando andai a fare una specie di periodo sabbatico a Los Angeles, il più lontano possibile. Mi chiamavano Elizabeth e il mio cognome non suscitava alcuna curiosità. Mi fermai qualche mese per poi tornare in Italia dove, tramite mio padre, andai a lavorare sul set di C’era una volta in America. Carla, la moglie di Sergio Leone voleva produrre un backstage del film e aveva bisogno di una persona un po’ jolly che facesse da assistente e che parlasse bene l’inglese. Il backstage non si fece mai perché Robert De Niro non voleva gente intorno. Ricordo che una volta facemmo delle riprese mentre cast e troupe mangiavano in pausa e lui si seccò. Tornai a Los Angeles e ci rimasi cinque anni, conobbi anche quello che sarebbe diventato il padre di mio figlio. In Italia pativo il fatto di essere vista come una raccomandata, stare lontano mi rafforzò

Infine sulle pagine del Corriere Della Sera la regista aveva condiviso un ricordo sull’uscita nelle sale del primo film di Fantozzi: “Appena si spensero le luci e iniziò la proiezione, mio padre scappò dalla sala portandosi via anche mio fratello e corse a prendere la macchina. Andò lontano dal centro storico. Raggiunse due sale, una a Piazza San Giovanni e un’altra ancora più in periferia. Era convinto, e aveva ragione, che il successo del film passasse attraverso il gradimento del popolo e voleva fare la prova di persona. Solo quando in entrambe le sale più periferiche assistette alle risate del pubblico, ecco, soltanto allora si calmò, riprese la macchina e tornò felice al Barberini”

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