Il lungo cammino della Serie B vedrà questa sera la sua conclusione con la finale di ritorno dei playoff che mettono in palio l’ultimo posto per l’accesso alla prossima Serie A. A contenderselo saranno Venezia e Cremonese, che ripartono dallo 0-0 dell’andata e che ovviamente sperano di fare ritorno nel massimo campionato dopo qualche anno di assenza. Tuttavia, indipendentemente da come andrà a finire, resta un dato che deve far riflettere: il prossimo anno le squadre provenienti dal Sud e Centro Italia nel massimo campionato saranno sempre meno, considerata la retrocessione della Salernitana e del Frosinone. Il torneo si appresta dunque a diventare sempre più quasi come un vecchio girone settentrionale.

Stasera la finale playoff di Serie B Venezia-Cremonese

(Credit foto – Venezia FC pagina Facebook)

Anche la Serie B 2023-24 è pronta a concludersi e lo farà con l’ultimo appuntamento dei playoff, ovvero la finale che assegna il posto in Serie A tra Venezia e Cremonese. Dopo Parma e Como sarà sicuramente un’altra squadra del Nord ad accedere al massimo campionato italiano, una situazione che deve far riflettere sullo sviluppo e sull’attrattività del Sud. Analizzando i dati, a partire dal prossimo anno metà delle squadre del campionato italiano saranno in mano a stranieri. Il che non è ovviamente un dato negativo, anzi se vi è modo di investire e far crescere il Paese intero, ben venga. Il discorso però è che in genere gli investitori si concentrano nelle aree economicamente più attive, ovvero il Nord. La Roma rappresenta forse l’unica eccezione dal Centro Sud in poi. La domanda dunque è: perché il Sud non appare così attrattivo?

Sono passati gli anni del Catania o del Palermo (per altro adesso i rosanero sono di proprietà del City Group, che però senza promozione non ha forzato la mano con gli investimenti), delle fugaci apparizioni di Crotone e Benevento. Vuoi per sfortuna o per altri fattori, sta diventando sempre più difficile costruire una società che sia sostenibile economicamente in quest’area. Lo dimostra anche il fatto che, a meno che non si tratti di una società veramente solida, una retrocessione può voler dire una ‘distruzione’ da un punto di vista economico. E di tutto questo l’intero sistema calcio ne risente parecchio, perché in questo modo anche i soldi derivanti da sponsor o dai discussi diritti televisivi non fanno che alimentare questo stacco tra coloro che già sono stabili e coloro che non lo sono, mantenendo di fatto lo status quo. Il tutto finisce con il risolversi con un campionato che resta competitivo a metà.

Cosa significa?

Quest’anno è arrivata la più grande dimostrazione di ciò: scudetto assegnato con 5 giornate di anticipo e la lotta ‘più entusiasmante’ è stata quella per non retrocedere. Oppure, il Napoli, campione lo scorso anno, che ha dovuto subire un pesante ridimensionamento quest’anno e ha concluso addirittura senza qualificarsi alle coppe europee. E’ giusto e sacrosanto che in Serie A salga chi merita e finora il Parma e il Como lo hanno dimostrato ampiamente sul campo di meritare questa promozione. Ma forse la Lega dovrebbe cominciare a pensare di cambiare l’attuale gestione delle cose.

Al di fuori del Napoli, quante squadre decidono di fare il ritiro nel Nord Italia, pur avendo più vicini magari dei luoghi che in termini di condizioni climatiche sarebbero comunque adatti. Il problema è che in tali luoghi mancano le strutture, perché i pochi guadagni che arrivano necessariamente vengono impiegati per il mantenimento dei club e non per la crescita del territorio. E il ritiro di una squadra porta con sé una vitalità economica da non sottovalutare tra alberghi, ristoranti e luoghi visitati dai tifosi al seguito, oltre che dai giocatori. Chissà che nei prossimi anni non si decida finalmente di cambiare rotta.

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