I giovani hanno perso le parole? La questione dell’impoverimento lessicale spesso si ripresenta a cadenza puntuale e se è vero che la lingua è in continua evoluzione, attraverso slang, neologismi e gergo generazionale, è anche corretto dire che molti dei termini arcaici appartenenti alla tradizione poetica italiana si sono, via via, persi nell’uso del linguaggio corrente. Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, ne parla all’Adnkronos offrendo una esaustiva spiegazione del fenomeno.

I giovani conoscono poche parole? La risposta dell’ Accademia della Crusca

Il genio del teatro Carmelo Bene nel 1994 in Uno Contro Tutti, ospite al Maurizio Costanzo Show, dichiarava:

“È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole […]”

La valenza del logos greco e verbum latino è intesa come, appunto, parola; la prima unità di misura della comunicazione. Ma se questo segmento organico indivisibile di suoni è fondamentale per comunicare, vien da sé chiedersi come può essere possibile che si stia perdendo la bellezza della riscoperta dell’armonia dei lemmi. Parole come liliale, adunco, misoneista, lungi, aeree, querulo, pleonastico, eristico, equoreo – e tante altre – sembrano provenire da remoti volumi d’altri tempi, eppure sono termini appartenenti alla lingua italiana ormai purtroppo caduti in disuso. Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, ha parlato all’Adnkronos del fenomeno:

“Il lessico della tradizione poetica italiana si è conservato praticamente immutato da Dante e Petrarca fino a Leopardi, qualcosa D’Annunzio, l’ultimo grande autore legato a questa tradizione è Umberto Saba. Oggi però questo lessico effettivamente è più o meno uscito dallo stesso linguaggio poetico e quindi anche dalla competenza passiva dei giovani” Dovrebbero impararlo a scuola […] “leggendo le poesie dei secoli passati, ma questa lettura è sempre meno frequente”.

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

Recitare poesie, con tanto di parafrasi e commento, è un ottimo allenamento atto ad acquisire un vocabolario variegato e a coltivare il linguaggio, riscoprendo l’incanto armonioso di locuzioni ed espressioni linguistiche appartenenti a registri antichi; quelle stesse parole che una volta erano utilizzate nel linguaggio corrente.

L’importanza della letteratura del passato

Se con Giovanni Pascoli il lettore si accosta al fonosimbolismo, sua peculiarità assoluta, – si pensi al sostantivo bubbolìo utilizzato dal poeta nel primo verso della poesia Temporale contenuta in Myricae – con D’Annunzio si trova di fronte al linguaggio del sublime, a parole musicali che scalpitano nel verso libero, e con Guido Gozzano alla raffinatezza del lessico aulico che non disdegna i toni colloquiali: la cerulea Dora, la cinta vetusta, la cortina di granoturco fino alla cimasa, la beltà fiamminga, la blandizie femminina in La Signorina Felicita, come è possibile disinnamorarsi della potenza – anche storica – delle parole passate? Forse, per una sbadata trascuretezza della letteratura di un tempo.

Il Presidente dell’Accademia della Crusca, come riporta l’Adnkronos, ha citato il caso di una studentessa delle medie. Leggendo un verso de Il Sabato del Villaggio di Giacomo Leopardi, nello specifico il verso ”siede con le vicine sulla soglia a filar la vecchierella”, la studentessa aveva dato un’ interpretazione erronea al verbo ”filar” utilizzato dal poeta di Recanti, rendendolo con l’atto di guardare. Paolo D’Achille ha quindi osservato come la letteratura del passato sia trascurata:

“Cosa che è grave perché tra l’altro è un lessico molto presente nei libretti d’opera, le opere vengono eseguite in tutto il mondo in italiano, quindi nei conservatori stranieri studiano anche questo italiano della tradizione per capire quello che poi dovranno andar a recitar cantando, qui da noi un po’ meno: questo rischia di metterci in una posizione di inferiorità rispetto ai cultori dell’opera all’estero”.

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

Paolo D’Achille, all’Adnkronos, ha sottolineato come i poeti italiani siano anche stati inventori di neologismi e parole; lo stesso Pascoli, ha coniato il sostantivo bubbolìo per riferirsi ai rumori del temporale e D’Annunzio è stato un vero e proprio influencer della parola inventando nuovi termini come velivolo o scudetto, e persino nomi propri: Ornella o Liala, pseudonimo che il Vate aveva suggerito alla scrittrice Amalia Liana Negretti Odescalchi.

“Dante ne ha inventate tantissime ma pensiamo a una che ha inventato Vittorio Alfieri, ‘odiosamato’: una parola ossimorica per cui si prova anche adesso tanta attrazione, D’Annunzio? A lui si devono tantissimi vocaboli. […]Ha pure inventato nomi propri Ornella non esisteva prima che inventasse D’Annunzio il nome di questo personaggio per la figlia di Iorio”.

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

Giovani, Parole, Poesie e neologismi

Sempre all’Adnkronos  Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, spiega come molti letterati e poeti siano stati inventori di parole:

“Dante ne ha inventate tantissime ma pensiamo a una che ha inventato Vittorio Alfieri, ‘odiosamato’: una parola ossimorica per cui si prova anche adesso tanta attrazione, D’Annunzio? A lui si devono tantissimi vocaboli, sottolinea il presidente della Crusca: scudetto, velivolo, Rinascente. “Ha pure inventato nomi propri Ornella non esisteva prima che inventasse D’Annunzio il nome di questo personaggio per la figlia di Iorio […]”

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

E sul nuovo modo di fare poesia, invece, aggiunge:

” Chi scrive poesie farebbe meglio a leggerne prima altrimenti rischia di scrivere poesie naif che lasciano il tempo che trovano”. Oggi, prosegue ancora, si guarda ad autori contemporanei, “magari anche in traduzione e quindi con uno sdoganamento di brutte parole: una poesia di carattere diverso rispetto a quella tradizionale, però a volte anche con risultati riusciti”.

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

Mentre alla domanda su quale poeta potrebbe avvicinare i giovani alla poesia, come riporta sempre l’Adnkronos, il Presidente Paolo D’Achille risponde Dante Alighieri:

”[…] A mio parere se fosse letto e spiegato bene, in Dante c’è tutto: ci sono tutte le tematiche dell’uomo, certo quello medievale, ma come tutti i classici si superano anche i tempi. Si parla anche della sofferenza, della speranza, delle ambizioni, della potenza, diciamo pure delle possibilità dell’uomo di oggi”.

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

Tuttavia, il Presidente Paolo D’Achille ha anche sottolineato come un tempo si utilizzavano meno parole italiane per via dell’uso corrente dei dialetti e che le parole che stanno scomparendo:

” Sono quelle legate a oggetti che non si usano più: mangianastri, giradischi”.

“I giovani non conoscono più le parole di Dante e Leopardi”: l’allarme della Crusca”, Adnkronos, 12 Nov 2024

E quelle legate all’uso della tecnologia. Se è vero che si è assistito a un impoverimento del lessico, è anche vero che nel tempo è aumentato l’uso di neologismi. Sicuramente, sarebbe auspicabile ritornare all’uso cosciente dei sinonimi, e alla cultura della parola nella sua immensa armonia. Del resto, in nomen omen; l’etimologia di Parola deriva dal latino parabola – ”similitudine” – e dal greco parabolé derivante dal verbo parabàllo ”confronto, metto a lato’’. Avere un linguaggio dovizioso, utilizzare sinonimi e possedere un lessico diversificato aiuta a mettere a confronto termini e parole e a riscoprire la bellezza della lingua italiana.

Foto in copertina: Credits:sylvatica.it

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