Gian Dionigi Foscolo, detto Giovanni dal fratello maggiore Ugo, era un militare italiano della repubblica Cisalpina. Dopo essere diventato ufficiale di artiglieria e aver fondato con Ugo il giornale bolognese Il Genio democratico, si trasferisce in Francia, per approfondire la carriera militare. Ma qualcosa va storto nella carriera del giovane ufficiale: l‘8 dicembre 1801 viene infatti trovato morto nella sua stanza da letto a Venezia. Aveva vent’anni. Sul certificato di morte si indica come causa del decesso una “febbre nervina perniciosa”. Ma nel cuore del fratello addolorato si insinua il sospetto che possa essersi avvelenato, forse per sfuggire al disonore di aver pagato un debito di gioco con del denaro sottratto alla cassa dell’esercito. Per elaborare il lutto, Ugo Foscolo compone un sonetto in memoria del fratello.
Analisi del sonetto di Foscolo in memoria del fratello

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente, mi vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:
La madre or sol, suo dì tardo traendo,
Parla di me col tuo cenere muto:
Ma io deluse a voi le palme tendo;
E se da lunge i miei tetti saluto,
Sento gli avversi Numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta;
E prego anch’io nel tuo porto quiete:
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
Allora al petto della madre mesta.
In morte del fratello Giovanni è un sonetto dallo schema classico a rima alternata. Foscolo si rivolge al fratello morto dicendogli che se non sarà sempre costretto, come esule, a fuggire di paese in paese, andrà un giorno a piangere sulla sua tomba. Per ora solo l’anziana madre
ha la possibilità di farlo. Ella continua a parlare col figlio morto, con le sue ceneri mute, dell’altro figlio esiliato. Al poeta non rimane che tendere le braccia verso di loro e salutarli da lontano. La sua ultima speranza è una morte pacificatrice, dopo la quale poter esser seppellito in patria, accanto al fratello.
I temi della morte e dell’esilio fanno parte in maniera strutturale dell’universo foscoliano. Alla tempesta della vita il poeta contrappone il porto della morte, che dà quiete. La lontananza forzata dai cari e dalla materna mia terra, già affrontata nel sonetto A Zacinto, si sente dolorosamente nel gesto commovente, e inutile, delle braccia tese ai parenti da lontano.
Lo sconforto che il poeta prova non è dato dalla morte in sé, ma piuttosto dalla lontananza degli affetti. Il tentativo di superarla consiste nell’identificazione con il fratello scomparso, che come lui ha avuto una vita tormentata da avversi numi. Il poeta sente come suoi gli intimi affanni che hanno portato (probabilmente) il fratello a compiere il gesto estremo. L’identità tra Ugo e Giovanni rispecchia a pieno il tema ottocentesco del doppio, dell’alter ego con cui si condivide il sangue, che fa da ombra e contrappunto psicologico al destino dell’eroe. Basti pensare al rapporto viscerale che c’era tra altri due fratelli: Carlo e Giacomo Leopardi. Quest’ultimo, in un’epistola, arriverà a chiamare il fratello un altro me stesso.
Assonanze con il carme 104 di Catullo
Foscolo aveva un modello letterario di spicco, che aveva espresso in versi il suo stesso particolare lutto. Il poeta latino Catullo, infatti, aveva composto una elegia funebre in cui racconta della visita alla tomba del fratello, sepolto nella Troade, in Bitinia. La sua morte improvvisa, in una regione lontana, non aveva consentito alla famiglia del poeta di onorare adeguatamente il defunto secondo i principi del mos maiorum. Nel componimento infatti, offre le offerte di rito all’anima del fratello, e cerca di parlare, inutilmente, con le sue ceneri mute.
Per Foscolo le ceneri sono doppiamente mute, perché lontane fisicamente da lui. L’unica che può rivolgersi a loro è la madre, che piange per il figlio morto e per il figlio esiliato. Catullo scrive poi che lui ha viaggiato “multas per gentes” (attraverso molte genti) e “multa aequora” (per molti mari) per raggiungere il fratello e porgergli un ultimo saluto, cosa che è appunto impossibile per Foscolo.
All’inizio di In morte del fratello Giovanni Foscolo utilizza il verbo “fuggire”, come sua condizione esistenziale, mentre Catullo usa il participio perfetto vectus per sottolineare la sua passività di fronte al destino, e la lunghezza del viaggio attraverso terre lontane che si conclude, finalmente, con l’approdo al sepolcro del fratello. Invece Foscolo non ha nemmeno la possibilità di partire. Parafrasando A Zacinto, Ugo avrebbe potuto dire a Giovanni: Tu non altro che il canto avrai del fratello.
Lorenzo La Rovere
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