Una cosa per la quale mi odierai (Fandango, 2024) è il nuovo libro della cantautrice Erica Mou. Un percorso interiore che interseca malattia, sofferenza e memoria ma che, nonostante il dolore, riesce a condurre alla rinascita e alla riscoperta di un legame indissolubile: quello con la propria madre.
Erica Mou, Una cosa per la quale mi odierai: storie di vita quotidiana

La diagnosi oncologica è un momento di intensa sofferenza per il paziente costretto a metabolizzare la notizia e per la famiglia del malato. Sembra sempre che certe cose possano accadere solo agli altri, invece poi accadono nel perimetro degli affetti di cui ci si circonda facendo fatica a realizzare. Una patina opaca ammanta le azioni e le cose di ogni giorno, si convive – da pazienti – con la paura di morire e di avere poco tempo; da famiglia con il senso di impotenza e terrore.
Il timore di veder soffrire una persona amata è forse l’oscura pavidità più intensa: specialmente se si tratta di un genitore. Una cosa per la quale mi odierai di Erica Mou racconta della malattia che, improvvisamente, si abbatte su una famiglia; del senso di smarrimento che ne consegue, della paura della morte e della costrizione di affrontare il dolore. Un romanzo autobiografico privo di fronzoli ma che narra, magistralmente, il percorso di una diagnosi di cancro e di come quest’ultima si rifletta sull’intero nucleo familiare.
Spesso si tende a romanticizzare le emozioni del paziente attribuendogli, per esempio, l’appellativo di guerriero; qualcuno che lotta contro qualcosa che, tuttavia, non si è scelto ma gli è capitato. I pazienti oncologici lottano, sì, ma convivono anche con un quadro infinito di emozioni che variano dalla rabbia, al dolore, al timore, al senso di colpa. Nella malattia che colpisce il singolo la propagazione di quell’infezione estranea alla vita si riversa violenta verso tutta la famiglia lasciando un dolente sconcerto. Erica Mou non edulcora questa angustia ma racconta, magistralmente, la realtà di una condizione che è capitata: sono storie di vita quotidiana.
L’ importanza della memoria
Una cosa per la quale mi odierai è un romanzo autobiografico in cui l’autrice racconta la malattia della madre, le memorie di quest’ultima custodite attraverso un diario e la riscoperta di un legame. La madre Lucia ha il cancro e, negli ultimi mesi della sua vita, affida la sua voce a un diario; quelle parole saranno capaci di attutire il distacco dagli affetti ma anche di lasciare una preziosa testimonianza ai suoi cari. La protagonista decide di rileggere quel memoriale dieci anni dopo, durante l’esperienza della gravidanza; una nuova vita sta sbocciando in lei e durante questa condizione di gioia riscoprirà quel dolore lungamente taciuto ma anche il rapporto con la madre Lucia.
Mia madre. Mi convinco che vorrà dirmi qualcosa di serio. Che ristrutturare la casa accanto è un errore…Ma la faccenda non mi torna del tutto. Vuole dirmi che non solo sto sbagliando a ristrutturare casa ma che non dovrei andarci a vivere con Giulio. Ecco di che cosa voleva parlarmi, del posto sbagliato, con la persona sbagliata.
Erica Mou, ”Una cosa per la quale mi odierai”, 2024
Erica è convinta che la madre voglia dissuaderla dall’ andare a convivere con l’uomo che ama. Invece Lucia vuole confidare alla figlia il terribile segreto che l’attanaglia: la malattia. Lucia ha paura di come reagirà la sua famiglia alla notizia; mitiga la sua condizione per i figli, Erica e Mirto, minimizza per timore di procurare dolore.
Devo dirti una cosa per la quale mi odierai. Ho il cancro.
Erica Mou, ”Una cosa per la quale mi odierai”, 2024
Ricevere una diagnosi di tumore è un trauma. Non ci sono più giorni futuri nella coscienza del paziente, si pensa sempre alla fine. In quella della famiglia non ci sono lo stesso, la paura blocca ogni possibile speranza di riuscita seppur la medicina oggi stia dando notevoli risultati. Non si riesce a staccare la mente dalla perdita. E spesso non si accetta la realtà, ci si chiede come sia possibile. La protagonista stessa si chiederà come sia potuta accadere una tragedia simile a sua madre che non fuma, va in palestra, è vegetariana. Sono nove mesi intensi in cui Lucia racconta nel suo diario il dolore, la solitudine, le emozioni sperimentate dai componenti della sua famiglia, conseguenza della sua condizione.
Una cosa per la quale mi odierai, essere orfana e al contempo madre
Il libro è strutturato dall’alternarsi di flashback, parti del diario di Lucia, riflessioni di Erica e dialoghi. La fusione degli schemi contenuti nel romanzo rende la lettura molto più intensa e realistica, oltretutto si avverte il passaggio emozionale dell’autrice dal passato al presente; i pensieri di Erica prendono forma, non sono evanescenti ma si condiscono di un dolore silente che fa da sottofondo a ore tormentate. Decide di leggere il diario quando lei stessa sta per mettere al mondo una vita. In un momento di estrema tribolazione Erica si ritrova orfana e madre allo stesso tempo; quel corpo che ha sperimentato l’angoscia della perdita ha trasformato la pena in una nuova esistenza, sinonimo di continuità e speranza.
Erica, in questo senso, si rivolge al piccolo nascituro narrando con estrema delicatezza quanto sia stato doloroso vivere le esperienze della vita senza la madre. Le inquietudini di Erica e il senso di smarrimento dovuto alla potenziale perdita e all’effettiva dipartita rimandano a un parallelismo letterario contenuto in L’Amica Geniale di Ferrante. Elena Greco dirà – nell’ultimo libro della saga Storia della bambina perduta – sulla scomparsa della madre Immacolata:
“Subito dopo il suo funerale mi sentii come quando all’improvviso si mette a piovere forte, ti guardi intorno e non trovi un posto dove ripararti”.
Elena Ferrante, ”L’Amica Geniale — Storia della bambina perduta”, 2014
Diventare madre quando la vita ti costringe con forza a non essere più figlia. Una cosa per la quale mi odierai è un viaggio nella memoria di una mamma ma soprattutto nella coscienza della perdita testimoniata da una figlia. Quando perdi un genitore il dolore non si supera mai per davvero, si convive con la fiacchezza che la privazione comporta. La destrezza con cui Erica Mou racconta la sofferenza e la quotidianità di chi è malato e dei suo cari, senza edulcorare con falsi miti romantici e orpelli, rende autentico e puro un racconto che vale la pena di leggere.
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