In Cisgiordania sotto gli attacchi di Israele in un Natale di sangue: le incursioni militari che ignorano pace e misericordia. La notte tra il 23 e il 24 dicembre 2024, l’esercito israeliano ha intensificato la sua offensiva nei territori occupati della Cisgiordania, portando distruzione e morte nei campi profughi di Tulkarem e al-Ein. Queste azioni, condotte alla vigilia di Natale, rappresentano un atto di estrema crudeltà in un periodo simbolico dedicato alla pace e alla solidarietà universale. Non è la prima volta: è il secondo Natale consecutivo che Israele utilizza questo periodo come teatro per le sue operazioni militari, approfittando dell’impunità garantita dalla comunità internazionale.

La cronaca degli attacchi in Cisgiordania compiuti da Israele a Natale

Secondo i resoconti di Al Jazeera e altre testate internazionali, le operazioni israeliane sono iniziate nelle prime ore della notte. Bulldozer blindati hanno demolito strade e infrastrutture nei campi profughi, privando i residenti di accessi vitali a ospedali e mercati. Nel campo di Tulkarem, l’esercito ha schierato cecchini sui tetti per garantire la protezione dei mezzi pesanti, una mossa che ha scatenato violenti scontri con i combattenti palestinesi.

A al-Ein, un altro campo profughi già martoriato da precedenti incursioni, i raid israeliani hanno portato all’assedio di interi isolati. Residenti locali hanno riferito di sparatorie indiscriminate da parte delle forze armate israeliane, con vittime tra i civili, inclusi bambini. Il bilancio attuale parla di diverse vittime palestinesi e un numero imprecisato di feriti, ma le difficoltà nel comunicare con le zone colpite rendono impossibile una stima esatta.

Un Natale di morte e sotto le macerie per i civili, e non è la prima volta

Non è una novità. Lo scorso anno, nel dicembre 2023, Israele aveva già scelto il periodo natalizio per portare avanti operazioni militari in Cisgiordania. Un attacco con droni, avvenuto il 27 dicembre, aveva colpito il campo profughi di Nur Shams, uccidendo sei persone. Come se non bastasse, in quel periodo l’esercito israeliano aveva condotto una serie di arresti su larga scala nelle città di Az-Zahariya, Bani Naim e Gerico, terrorizzando le comunità locali.

Anche allora, le celebrazioni natalizie erano state oscurate dalla violenza. A Betlemme, simbolo della natività, non vennero allestite le tradizionali decorazioni natalizie, un gesto di lutto e solidarietà con le vittime. Il messaggio era chiaro: il Natale per i palestinesi è un altro giorno di oppressione, con un nemico che non rispetta nemmeno le date più sacre.

Quest’anno, Israele ha scelto di ripetere lo stesso copione, aumentando la portata delle incursioni. Le immagini di famiglie intrappolate nelle loro case distrutte, di bambini terrorizzati e di ambulanze bloccate ai checkpoint sono ormai simboli di una violenza sistematica che continua a prosperare nell’indifferenza della comunità internazionale.

La normalizzazione della violenza porta la Cisgiordania a vivere gli attacchi di Israele anche a Natale

Le incursioni non sono eventi isolati. Sono parte di una politica che mira a soffocare ogni resistenza palestinese e a consolidare il controllo sui territori occupati. Tuttavia, l’uso di bulldozer per distruggere infrastrutture civili e cecchini contro una popolazione disarmata rappresentano una violazione flagrante del diritto internazionale. Queste azioni richiamano a una forma di punizione collettiva che non solo è illegale, ma moralmente ingiustificabile.

Israele giustifica spesso le sue operazioni con la necessità di garantire la sicurezza, ma quale sicurezza si costruisce sulle macerie delle case e sui corpi delle vittime civili? Quale messaggio invia un governo che sceglie il Natale per perpetrare distruzione e morte, non una ma ben due volte consecutive? L’impunità internazionale garantisce che questa brutalità possa continuare senza conseguenze, trasformando il diritto internazionale in una farsa e i proclami di pace in vuoti slogan.

A quanto pare, la pace non è un valore universale

Il Natale, simbolo di pace e misericordia, è stato trasformato in un’occasione di violenza e sopraffazione. Le immagini di famiglie palestinesi in lacrime, intrappolate nelle loro case distrutte, sono una macchia sull’umanità. La scelta di portare avanti queste operazioni in una notte così significativa non è solo una questione militare: è un messaggio politico che ignora ogni principio di compassione.

Due Natali di fila, Israele ha scelto di schiacciare la pace sotto i cingoli dei suoi bulldozer e dei suoi carri armati. Le parole di Gesù risuonano amaramente: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Ma di misericordia, in questa terra, non c’è traccia.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine