«Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, in questi 21 giorni, che sarei stata a casa oggi. Grazie.». Con queste parole, Cecilia Sala ha accompagnato lo scatto dell’abbraccio con il compagno Daniele Ranieri -il primo, dopo le tre settimane di detenzione in Iran- all’aeroporto di Ciampino. Il primo post della giornalista, tornata a casa dopo il periodo trascorso nel carcere di Evin, a Teheran, è un ringraziamento a chi ha reso possibile il suo rientro in Italia e un pensiero per chi, invece, si trova ancora lontano da casa.

L’annuncio della sua liberazione, dopo essere stata arrestata il 19 dicembre per “violazione delle leggi della Repubblica islamica”, dato ieri mattina dal presidente Giorgia Meloni, che ha contattato personalmente la famiglia della reporter, ha segnato la fine di lunghe trattative del Governo con la controparte iraniana. Un lavoro diplomatico attento e minuzioso, definito dalla premier «un gioco di squadra».

Il racconto di Cecilia Sala

Cecilia Sala
L’abbraccio tra Cecilia Sala e i suoi genitori

Dopo essere atterrata a Roma, Cecilia Sala si è fermata a raccontare brevemente la sua prigionia, prima di essere condotta ad un colloquio con i carabinieri del Ros, per poi tornare finalmente a casa. «Avevo perso il senso del tempo, non sapevo più quando era giorno e quando era notte», ha spiegato alla stampa, ricordando le settimane trascorse in una cella «stretta e alta, senza letto, con una lampada sempre accesa e una piccola finestrella sul soffitto da cui passava l’aria ma che neanche riuscivo a vedere.».

«Ho chiesto una Bibbia. Presumevo che potesse essere un libro che ad Evin avevano in inglese. E perché comunque la Bibbia è un libro molto lungo». Poi, però, qualcosa è cambiato. «Mi hanno spostata in una cella più grande e mi hanno portato gli occhiali. Ero insieme a una donna iraniana che non parlava una parola di inglese, quindi indicavamo gli oggetti nella stanza, lei ne diceva il nome in farsi e io in inglese.».

Le poche telefonate con la famiglia erano strettamente controllate: «Ero costretta a leggere un messaggio, i miei mi facevano delle domande ma io non potevo dire di più perché avevo paura che mi facessero interrompere la conversazione». Per fortuna, dopo il suo appello a fare presto del primo gennaio, tutto si è risolto per il meglio, e Cecilia ha potuto riabbracciare i suoi cari.

Federica Checchia

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