Il Congo è sotto assedio: l’M23 avanza, scontri con truppe africane e mercenari europei. Dopo l’occupazione di Goma, capoluogo del Nord Kivu, le milizie filo-ruandesi e quelle contrarie al governo congolese avanzano verso Bukavu, nel Sud Kivu. L’esercito congolese, inizialmente in difficoltà, ha subito un duro colpo quando circa 300 mercenari, per lo più romeni, si sono arresi ai ribelli consegnando le armi. Ora, però, le truppe di Kinshasa stanno reagendo con più forza.
A sostenerle ci sono le milizie locali della Coalizione Wazalengo e le truppe del Burundi, storico rivale del Ruanda. Anche l’Uganda è presente sul campo, ma sembra più interessata a guadagnare terreno nel paese che a difendere il governo congolese.
Al contrario, i caschi blu della Monusco e i militari della Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (Malawi, Sudafrica e Tanzania) non sono riusciti a fermare l’avanzata ribelle.
Kagame sfida il Sudafrica: il ruolo del Ruanda
Il dittatore ruandese Paul Kagame ha alzato i toni contro la presenza sudafricana in Congo. La tensione è esplosa dopo la morte di 14 soldati sudafricani negli scontri con l’M23.
Intanto il presidente congolese Felix Tshisekedi ha invocato la mobilitazione generale per fermare i ribelli. Il leader dell’M23 Corneille Nangaa, però, ha dichiarato apertamente le sue ambizioni: “Vogliamo andare a Kinshasa, prendere il potere e guidare il paese.”
La guerra sta devastando il Nord Kivu. Gli scontri hanno già causato migliaia di morti e feriti. Gli ospedali sono al collasso e manca tutto: cibo, acqua, medicine.Secondo il coordinatore umanitario dell’ONU, Bruno Lemarquis, la situazione è drammatica. A Goma, milioni di persone sono in fuga, senza aiuti né protezione.
Cos’è l’M23
L’M23, il gruppo ribelle sostenuto dal Ruanda, prende il nome dall’accordo di pace firmato il 23 marzo 2009, poi fallito. La milizia è composta in gran parte da Tutsi, che si dicono minacciati in Congo. Nato nel 2012, l’M23 venne sconfitto e molti dei suoi membri entrarono nell’esercito congolese. Nel 2021, però, il gruppo si è riorganizzato e ora guida una delle offensive più pericolose degli ultimi anni.
Le tensioni risalgono al genocidio ruandese del 1994, quando gli Hutu massacrarono centinaia di migliaia di Tutsi. Dopo la vittoria di Paul Kagame nel 2000, molti Hutu si rifugiarono in Congo, alimentando nuove guerre. Oggi, il Ruanda accusa Kinshasa di emarginare i Tutsi congolesi e vede le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) – un gruppo Hutu armato – come una minaccia.
Anche se Kagame nega il coinvolgimento diretto, un rapporto ONU stima che 4.000 soldati ruandesi combattano in Congo al fianco dell’M23.
Il Congo è sotto assedio per il controllo delle risorse
Oltre alle rivalità etniche, il conflitto è alimentato dalla corsa alle risorse. Il Congo ha un sottosuolo tra i più ricchi al mondo, con materie prime per un valore stimato di 24.000 miliardi di dollari. I gruppi armati combattono per il controllo di:
- Cobalto (il Congo produce il 70% del totale mondiale, usato nelle batterie dei veicoli elettrici).
- Litio (essenziale per le batterie, ancora poco sfruttato).
- Oro e diamanti (il Congo è il quarto produttore mondiale di diamanti industriali).
- Coltan (usato per smartphone e componenti elettronici).
- Rame (secondo produttore mondiale).
Mentre il paese è dilaniato dalla guerra, la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Il Congo, l’assedio e i suoi rapporti con la Cina
Il Congo è il cuore della strategia cinese in Africa. Pechino ha investito miliardi in miniere, infrastrutture e armi per l’esercito congolese. Secondo il War College dell’esercito USA, la Cina controlla l’80% della produzione di cobalto congolese. Delle 10 miniere più grandi al mondo, 9 sono in Congo e 5 appartengono a imprese cinesi.
La Cina ha anche rilanciato la ferrovia che collega il Congo al porto tanzaniano di Dar es Salam, per trasportare minerali senza passare dai paesi ostili a Pechino. Ma Tshisekedi, a differenza del suo predecessore Kabila, vuole ridurre la dipendenza da Pechino. Ha firmato un accordo militare con gli USA e ha rinegoziato un prestito cinese da 6 miliardi di dollari. Pechino ha reagito rafforzando i legami con il Ruanda, investendo in agricoltura e infrastrutture.
I fronti geopolitici su cui si gioca la partita del Congo
Anche USA e UE vogliono un pezzo del Congo. Hanno finanziato il “Corridoio di Lobito”, una ferrovia alternativa al progetto cinese, che collegherà il Congo e lo Zambia all’Atlantico. Ma mentre Bruxelles e Washington dicono di voler stabilizzare il Congo, di fatto continuano a sostenere il Ruanda, alleato strategico.
L’Unione Europea ha addirittura firmato un accordo con Kigali per la raffinazione di oro, coltan e tantalio. Il problema? Il Ruanda non possiede questi minerali: significa che li importa illegalmente dalle aree occupate in Congo dall’M23. Né USA né UE hanno imposto sanzioni contro Kagame. Anzi, la Francia finanzia un contingente militare ruandese in Mozambico, a protezione degli investimenti petroliferi di Total.
Mentre l’M23 avanzava su Goma, migliaia di congolesi hanno preso d’assalto le ambasciate di USA, Francia e Belgio, accusandole di complicità con il Ruanda. Diverso il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, che hanno fornito a Kinshasa armi e tecnologia. Abu Dhabi è il secondo partner commerciale del Congo dopo la Cina e sembra intenzionato a rafforzare il suo sostegno al governo congolese.
Il Congo è sotto assedio
Il conflitto in Congo non è solo una questione etnica. È una guerra per il controllo delle risorse, con attori regionali e potenze globali coinvolti in un gioco sporco. Il governo congolese resiste, ma l’M23 avanza. Ruanda, Cina, USA e UE hanno interessi contrastanti, mentre milioni di congolesi pagano il prezzo di un’eterna instabilità.
La vera domanda è: chi fermerà questa guerra?
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





