Trump vuole comprare Gaza, in un delirio coloniale, una rapina geopolitica, una pulizia etnica. Il tutto sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Donald Trump, con la sua consueta arroganza da tycoon dell’immobiliare e mentalità predatoria, ha dichiarato che gli Stati Uniti si impegnano a “comprare e controllare Gaza”. Non si tratta di una battuta di cattivo gusto, ma di un piano che il leader repubblicano ha reso pubblico con la solita spavalderia, suggerendo che l’amministrazione americana possa prendere possesso della Striscia per poi riassegnarne la ricostruzione a stati del Medio Oriente. L’obiettivo? Trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”, come se la distruzione sistematica di una terra e il massacro della sua popolazione fossero un fastidioso problema urbanistico da risolvere con un nuovo lussuoso (quindi riservato a pochi, di scarso interesse pubblico) progetto di sviluppo.
Il Capitalismo coloniale di Trump, che vuole comprare Gaza, come un bottino di guerra
Trump tratta Gaza come un lotto di terreno su cui investire, un pezzo di real estate su cui costruire alberghi e resort dopo aver spazzato via o ucciso gli abitanti nativi. La narrazione è chiara: demolire ogni traccia della presenza palestinese, reinsediarne forzatamente la popolazione altrove (ovviamente senza chiedere il loro consenso) e trasformare un campo di sterminio in un parco giochi per miliardari. Questo non è solo un progetto folle e distopico: è l’essenza stessa del colonialismo, nella sua versione più sfacciata e brutale. Non sorprende che l’idea venga proprio dagli USA, che sono nati esattamente in questa maniera.
Non sorprende nemmeno che il primo ministro israeliano Netanyahu abbia accolto con entusiasmo la proposta, definendola “molto buona” e “rivoluzionaria”. Dopotutto, Israele ha già attuato un processo di pulizia etnica con bombardamenti che hanno reso Gaza una landa desolata, e l’idea di un reinsediamento forzato della popolazione palestinese è un obiettivo di lungo corso dei governi di estrema destra israeliani.
La deumanizzazione più pura: Trump pensa davvero di poter comprare Gaza
Non soddisfatto di avere ridotto la questione palestinese a un problema di “riqualificazione urbana”, Trump ha rincarato la dose con dichiarazioni inaccettabili sugli ostaggi rilasciati da Hamas, paragonandoli ai sopravvissuti dell’Olocausto. Questo parallelismo è un insulto alla storia e una vergognosa strumentalizzazione della Shoah: nel mentre, Trump ignora i 30.000 palestinesi massacrati dai bombardamenti israeliani, le fosse comuni, i civili maciullati dal fosforo bianco (arma, ricordiamo, totalmente illegale e il cui uso è considerato un crimine internazionale, ma questo non ha fermato Israele dall’utilizzarla).
Trump dimentica, o vuole dimenticare, i bambini gazawi ridotti a corpi carbonizzati sotto le macerie, o con un proiettile piantato nel petto, ogni giorno dall’inizio di questo genocidio, quello attuale, quello a Gaza, quello che Israele non sta subendo, ma compiendo. Vuole dimenticare i neonati soffocati dalle macerie di ospedali ridotti a cumuli di cemento. Il fatto che i bombardamenti hanno raso a suolo ogni scuola presente sulla striscia. Questa è la “Riviera del Medio Oriente”: resort costruiti sotto i cadaveri di migliaia di bambini uccisi brutalmente. La sua indignazione selettiva non è solo ignoranza, è la perfetta sintesi dell’ipocrisia occidentale.
Queste non sono “grandi idee”, sono letteralmente crimini di guerra
Queste non sono opinioni, né progetti o dichiarazioni neutrali. Se il sistema giuridico internazionale valesse qualcosa, Trump non dovrebbe nemmeno poter dire o addirittura pensare qualcosa di simile, perché questi sono crimini, crimini internazionali che a quanto pare gli USA possono compiere e anche rivendicarsi sotto la luce del sole. Parliamo di pulizia etnica e sfollamento forzato, che (anche se sembra non ricordarlo nessuno!) sono crimini internazionali gravissimi, punibili secondo il diritto internazionale umanitario e penale.
La pulizia etnica, pur non essendo esplicitamente definita in trattati, rientra nei crimini contro l’umanità e può costituire genocidio se c’è l’intento di distruggere un gruppo etnico – cioè, in questo caso – come stabilito dalla Convenzione sul Genocidio (Art. II, 1948). Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI, 1998) la riconosce come un crimine quando comporta deportazione, persecuzione o sterminio (Art. 7).
Lo sfollamento forzato, che è l’esatto contenuto della “proposta” USA, è vietato dalla Quarta Convenzione di Ginevra (Art. 49, 1949), che proibisce il trasferimento di civili da territori occupati, salvo per ragioni di sicurezza temporanea. Sempre lo Statuto di Roma lo qualifica sia come crimine contro l’umanità (Art. 7) che come crimine di guerra (Art. 8), quando avviene in contesti di conflitto. Mentre questi progetti si concretizzano nel silenzio, forse non comprendiamo che questi atti violano letteralmente il nostro diritto internazionale e sarebbero (in teoria) perseguibili dalla Corte Penale Internazionale, configurandosi, in casi simili, proprio come genocidio.
L’indignazione globale: il mondo arabo non ci sta
L’idea di Trump ha suscitato l’indignazione di numerosi paesi arabi, compresi gli alleati storici di Washington. L’Egitto e la Giordania hanno respinto con fermezza la prospettiva di uno “spostamento” forzato della popolazione di Gaza, mentre la Turchia ha denunciato il piano come “storicamente ignorante”. Il presidente Erdogan ha ribadito che nessuno ha il diritto di espellere i palestinesi dalla loro terra, mettendo in chiaro che la Turchia non sosterrà alcuna politica di reinsediamento coatto.
Ma davvero c’è bisogno dell’indignazione degli alleati di Washington per capire che il piano di Trump è un’assurdità? L’idea di acquisire un territorio devastato dalla guerra come se fosse un terreno in saldo è un livello di cinismo che supera perfino la sua tradizionale retorica da speculatore d’assalto.
Come scriveva George Orwell ne “La fattoria degli animali”: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri.” Oggi, nel diritto internazionale, sembra valere la stessa logica: tutti i crimini di guerra sono condannabili, ma alcuni sono più condannabili di altri. Se a commetterli fosse una certa nazione, scatterebbero sanzioni, tribunali e indignazione globale; se invece li compie il “giusto” alleato o uno stato potente nel gioco della geopolitica, allora diventano “misure di sicurezza”, “azioni necessarie” o – semplicemente – spariscono come per magia dal dibattito pubblico.
Gaza non è in vendita: il colonialismo è già fallito una volta
A chiunque abbia anche solo una minima conoscenza della storia, il piano di Trump suonerà come il ripetersi delle peggiori pagine della storia e del colonialismo. L’idea che gli Stati Uniti possano appropriarsi di un territorio senza alcuna legittimità, espellere i suoi abitanti e ridisegnarlo a proprio piacimento è esattamente ciò che le potenze europee facevano nel XIX e XX secolo nei territori africani e asiatici. O, anche, la genesi stessa degli USA, nati dal sangue dei popoli indigeni.
Ma c’è un dettaglio che Trump e Netanyahu sembrano ignorare: la storia insegna che il colonialismo non ha mai portato a un futuro pacifico. La resistenza palestinese, come quella di tutti i popoli oppressi nella storia, non si piegherà a un piano concepito nei palazzi del potere occidentale. Se non è oggi, sarà domani. Gaza non è in vendita, e nessuna bomba, nessuna deportazione e nessun ricatto internazionale potrà cancellare il diritto inalienabile dei palestinesi alla loro terra.
Il Diritto deve valere sempre, altrimenti non è giustizia, ma solo uno strumento di potere. Se si applica solo quando conviene, non protegge nessuno: diventa un’estensione della violenza, un meccanismo che decide chi ha il diritto di esercitarla. Così, invece di arginare l’orrore, lo legittima, lo rafforza e lo trasforma in un sistema di oppressione che, alla fine, non fa che riprodurre l’ingiustizia su scala ancora più grande. Quello che Trump vuole comprare non è Gaza, ma la facoltà di riscrivere la storia con la forza. E la storia ci insegna che, quando a parlare sono solo i carnefici, è perché hanno buttato gli oppressi nelle fosse comuni. Se si applica solo quando fa comodo, la giustizia diventa dominio: un meccanismo che stabilisce chi può uccidere impunemente e chi deve morire in silenzio. Ecco cosa stiamo lasciando accadere.
Trump riuscirà a comprare Gaza, perché noi siamo dei pigri conformisti
E noi, spettatori distratti e insensibili, che facciamo? Al massimo ci indigniamo per qualche secondo, esprimiamo un commento indignato dove conviene e poi torniamo alle nostre vite, dimenticando che il massacro continua, che la pulizia etnica è in atto sotto i nostri occhi e che siamo cooptati da una propaganda martellante e incessante, schiettamente posizionata, che ci spinge ad accettare l’inaccettabile. La nostra ignoranza è voluta, il nostro conformismo è la linfa vitale di chi si arricchisce sulle macerie di Gaza. Se non ce ne accorgiamo, se non facciamo nulla, non siamo solo testimoni passivi: siamo complici di uno dei più grandi e orrendi crimini della storia attuale. Il tempo delle scuse è finito. Ora o si sta dalla parte della giustizia, o si affonda con la barbarie.
La storia ci guarda, e ci giudicherà. Ma questo non affatto è il peggio: Gaza oggi è un laboratorio politico, il banco di prova di un nuovo Capitalismo di Guerra, un test della nostra rinnovata obbedienza e noncuranza. Se oggi tolleriamo questo scempio senza reagire, domani potremmo essere noi a trovarci in balia della stessa macchina di distruzione, e nessuno muoverà un dito per fermarla.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





