Trump tra affari e geopolitica: l’Ucraina dovrà pagare la guerra con le terre rare, mentre le cannucce di plastica tornano a essere una battaglia ideologica.

Donald Trump non smette mai di sorprendere, in un’intervista a Fox News, l’ex presidente americano ha dichiarato che l’Ucraina, un giorno, “potrebbe essere russa”, ma non prima di aver pagato gli aiuti statunitensi con 500 miliardi di dollari in terre rare. Un prezzo decisamente salato per il sostegno di Washington, che si rivela sempre meno disinteressato.

Trump e Ucraina: la guerra come merce di scambio

Trump non ha mai fatto mistero della sua concezione transazionale della politica estera. I numeri sono chiari: secondo lui, gli USA hanno sborsato tra i 300 e i 350 miliardi di dollari per l’Ucraina, mentre l’Europa si è fermata a circa 100 miliardi. Una disparità che, a suo avviso, giustifica un ritorno economico tangibile. Ma il punto cruciale non è tanto il pagamento in sé, quanto l’elemento scelto per saldare il debito: le terre rare, risorse strategiche per la produzione di tecnologia avanzata, batterie e armamenti. Trump sembra voler trasformare il conflitto in un grande affare per l’America, facendo pagare a Kiev un pedaggio salatissimo in cambio del sostegno occidentale.

Ma le sue parole hanno un altro sottotesto, più inquietante: l’idea che l’Ucraina, in fondo, sia destinata a tornare sotto l’orbita russa. Un’affermazione che fa il gioco del Cremlino e che mina il concetto stesso di sovranità ucraina. Dopo aver criticato l’Europa per il suo scarso impegno economico, Trump si lancia in un’analisi quasi fatalista, come se il destino dell’Ucraina fosse già scritto. E se così fosse, verrebbe da chiedersi: perché mai dovrebbero continuare a combattere?

Giudici e potere: Trump non limita all’Ucraina, vuole mani libere

Oltre alla sua visione mercantilista della guerra, Trump ha colto l’occasione per attaccare ancora una volta il sistema giudiziario, lamentandosi del fatto che i giudici “non dovrebbero essere autorizzati” a interferire con il potere esecutivo. Un’affermazione che suona come l’ennesimo assalto ai contrappesi istituzionali, nel solco del suo stile da uomo solo al comando. Il riferimento, non proprio chiarissimo, sembra collegarsi a USAID e al Doge, segno che nel mirino di Trump c’è sempre qualche burocrate “scomodo” da neutralizzare.

Le cannucce di plastica: il ritorno della guerra culturale

Ma il momento più surreale dell’intervista arriva con l’ennesima crociata trumpiana: il ritorno delle cannucce di plastica. Dopo aver firmato un ordine esecutivo in loro favore, Trump ha deriso le alternative ecologiche, affermando che “quelle di carta esplodono” e che non crede “che la plastica possa avere effetti sugli squali mentre mangiano”. Un’uscita che mescola disinformazione, nostalgia per il passato e il tipico stile trumpiano di trasformare ogni questione in una battaglia culturale.

Le parole di Trump delineano con chiarezza il suo approccio se dovesse tornare alla Casa Bianca: America first, in ogni senso possibile. La guerra diventa una transazione commerciale, i limiti al potere esecutivo un fastidio da rimuovere, e persino le scelte ambientali si trasformano in simboli di un’ideologia da cancellare. Con una visione del mondo tanto cinica e priva di scrupoli, non resta che chiedersi: a chi toccherà il conto la prossima volta?

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine