La Procura della Bosnia ha emanato un ordine di arresto per il leader serbo-bosniaco e presidente della Republika Srpska (Rs) Milorad Dodik con l’accusa di attentato all’ordine costituzionale. Con la stessa accusa sono stati ordinati gli arresti del premier della Republika Srpska Radovan Viskovic e del presidente del parlamento della Rs Nenad Stevandic.

Nei giorni scorsi infati, Dodik aveva emanato una serie di leggi, in tema di giustizia, considerate separatiste, culminate con il divieto dell’attività degli organi centrali di giustizia e polizia sul territorio della Republika Srpska. Nemmeno il tempo di ordinare gli arresti che è arrivata la dura risposta della polizia serbo-bosniaca: “Il nostro compito è garantire l’ordine costituzionale e nessuno sarà arrestato”. E poco dopo il premier Viskovic ha alzato il livello dello scontro: “Non mi presenterò alla Procura della Bosnia Erzegovina, non mi fido di loro”. Mai come ora il rischio di una guerra civile è concreto. E gli accordi di Dayton sembrano vacillare.

Giudicato colpevole di aver violato le decisioni dell’Alto Rappresentante in Bosnia-Erzegovina, lo scorso 26 febbraio è stato condannato a un anno di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici. Se la sentenza sarà confermata in appello, segnerà la fine della sua carriera politica. Di fronte a questa prospettiva, la reazione di Dodik è stata energica, come promesso. Una settimana dopo il verdetto sono entrate in vigore leggi che vietano, sul territorio della RS, l’operato di tre importanti istituzioni giudiziarie e di sicurezza dello Stato centrale – una secessione parziale e un attacco diretto agli accordi di pace di Dayton. Il rischio di violenza è stato scongiurato dalla decisione tempestiva della Corte Costituzionale di sospendere temporaneamente le leggi.

Il secondo ordine di comparizione emesso oggi dall’ufficio della procura arriva in un contesto già complesso. Se Dodik non si presenterà, l’ordine potrebbe trasformarsi in un mandato di arresto.

Nel frattempo, l’Unione Europea si schiera a favore dell’integrità territoriale della Bosnia. Nuovi soldati provenienti da Italia, Cechia e Romania sono arrivati oggi nel paese, parte del contingente di rinforzo di 400 uomini che porterà a 1.100 il totale delle forze Eufor. Insieme alla visita lo scorso lunedì del segretario generale della Nato Mark Rutte, il dispiegamento rappresenta un messaggio chiaro a Dodik e ai suoi, che speravano nel sostegno della seconda amministrazione Trump.

Lo scorso anno di questi tempi si discuteva di una risoluzione dell’Onu per considerare genocidio il massacro di Srebrenica. Una risoluzione osteggiata dalla Russia (da sempre al fianco di Belgrado), dalla Serbia e dalla Repubblica dei serbi di Bosnia. Il voto su quella risoluzione slittò due volte. A fine maggio, quando sembrava il momento giusto per la votazione, Dodik se ne uscì con una provocazione, convocando il consiglio dei ministri proprio a Srebrenica e annunciando la sua intenzione di andare a deporre fiori al Memoriale di Bratunac, dove sostengono i serbi e i serbi di Bosnia che nei giorni del massacro di Srebrenica furono uccisi 3mila tra serbi e serbo-bosniaci.