Oggi, Netanyahu ha una visita di cinque giorni in Ungheria, nonostante su di lui penda un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale. L’Ungheria riconosce la giurisdizione della Corte, e quindi in teoria Netanyahu dovrebbe essere arrestato una volta arrivato nel paese; in pratica non succederà, come ha già annunciato il primo ministro ungherese Viktor Orbán, perché la Corte non ha gli strumenti per costringere gli stati a rispettare le sue decisioni e l’Ungheria è un paese amico di Israele.
«L’Ue sostiene la Corte penale internazionale e i principi stabiliti nello Statuto di Roma». Ne «rispetta l’indipendenza e l’imparzialità». Ed «è fortemente impegnata nella giustizia penale internazionale e nella lotta contro l’impunità. Come affermato nelle Conclusioni del Consiglio del 2023, il Consiglio invita tutti gli Stati a garantire la piena cooperazione con la Corte, anche mediante la rapida esecuzione dei mandati di arresto pendenti, e a stipulare accordi volontari».
Parola del portavoce della Commissione europea Anouar El Anouni, interpellato sull’annunciata visita in Ungheria del premier israeliano Benyamyn Netanyahu, su cui potrebbe scattare il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale.
Netanyahu in Ungheria con un bel rischio, perché il paese centro-europeo aderisce al Trattato di Roma. Ma il suo presidente Viktor Orbán, quando uscirono le accuse dall’Aja, aveva reagito definendole «vergognose» e anzi aveva invitato l’israeliano a Budapest.
Il mandato di arresto era stato emesso lo scorso novembre, sia contro Netanyahu sia contro l’ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, entrambi accusati di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nella Striscia di Gaza dall’8 ottobre 2023 (il giorno successivo all’attacco di Hamas contro Israele) fino ad almeno il 20 maggio 2024. La Corte è riconosciuta da 124 paesi, tra cui molti stati dell’Asia e dell’Africa e tutti i 27 stati membri dell’Unione Europea, ma per esempio non da Israele né dagli Stati Uniti.
Dal 21 novembre scorso, quando il Tribunale de L’Aia ha emesso il mandato di cattura per Netanyahu e l’ex ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, nessun leader europeo aveva ancora incontrato di persona il capo del governo israeliano. Ma in realtà, nessuno dei 27 ha veramente tagliato i ponti con l’uomo accusato di crimini di guerra, come invece è stato fatto con il presidente russo Vladimir Putin, su cui pende lo stesso mandato d’arresto internazionale. Ieri sera, Macron ha diffuso un resoconto di una telefonata con Netanyahu, in cui ha ribadito che “la liberazione di tutti gli ostaggi e la sicurezza di Israele sono una priorità per la Francia” e ha chiesto “al primo ministro israeliano di porre fine agli attacchi su Gaza e di tornare al cessate il fuoco, che Hamas deve accettare”.





