Schedatura e controlli psichiatrici alle persone trans, verso un registro nazionale della disforia e visite psichiatriche imposte: la comunità LGBTQIA+ denuncia una deriva repressiva travestita da sorveglianza sanitaria. Foucault avrebbe molto da dire.
Un registro nazionale delle persone trans e almeno cinque visite psichiatriche obbligatorie prima di poter accedere alla terapia ormonale. È questa l’ipotesi che sta emergendo dalle indiscrezioni sul lavoro del Tavolo tecnico interministeriale convocato dal governo Meloni. Una proposta che, se confermata, segnerebbe un’inversione drastica nei percorsi di affermazione di genere in Italia: da processo clinico individuale a oggetto di controllo istituzionale centralizzato.
Dietro il lessico apparentemente neutro del monitoraggio sanitario (“verifica delle prescrizioni” e “uniformazione dei protocolli”) si profila un cambio di paradigma che preoccupa attivistə, professionistə e associazioni. Il sospetto: non una semplice raccolta dati, ma una vera e propria schedatura di Stato che mira a patologizzare nuovamente le persone trans e a ostacolare l’accesso alle cure.
Schedatura e controlli psichiatrici per le persone trans? Letteralmente persecuzione sanitaria
A parlarne pubblicamente è Gian Vincenzo Zuccotti, ordinario di Pediatria all’Università Statale di Milano e membro del Tavolo tecnico voluto dai ministri Eugenia Roccella e Orazio Schillaci. Secondo le sue dichiarazioni, il registro servirebbe a monitorare l’efficacia e la correttezza dei trattamenti, in particolare l’uso della triptorelina, il farmaco che sospende temporaneamente la pubertà nei minorenni con varianza di genere. Ma le voci critiche non mancano.
Secondo Simone Alliva e il Movimento Identità Trans, la misura riguarderebbe anche le persone adulte e prevederebbe l’obbligo per tutti i centri pubblici e privati di notificare all’autorità centrale ogni somministrazione di bloccanti o ormoni. L’attivista Daniela Lourdes Falanga di Arcigay Napoli parla di una “attenzione morbosa e violenta” da parte dell’esecutivo, che si traduce in una vera e propria persecuzione sanitaria. Una deriva già iniziata, secondo molti, con l’ispezione al Careggi di Firenze nel gennaio 2024, ritenuta dalla Regione Toscana un’operazione strumentale e politica.
Foucault avrebbe molto da dire (sul Biopotere)
Uno dei punti più contestati riguarda l’introduzione di cinque visite psichiatriche obbligatorie prima dell’accesso alle terapie ormonali, anche per le persone adulte. Un vincolo che sembra rispondere più a un intento dilatorio e ideologico che a una reale necessità clinica. L’incongruenza di genere non è infatti più classificata come disturbo mentale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e la comunità medico-scientifica è sempre più orientata verso la depatologizzazione completa dei percorsi di transizione. Manlio Converti, psichiatra e presidente di Amigay, prova a distinguere:
Il registro, in sé, non è una novità: è una prassi che i medici già seguono per monitorare l’efficacia dei farmaci. Ma se l’intento fosse quello di creare un registro separato solo per le persone trans, allora sì, sarebbe gravissimo.Ogni caso va valutato individualmente. Standardizzare e imporre visite multiple non ha senso e rischia di trasformarsi in terapia riparativa mascherata.
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Foucault avrebbe molto da dire
In questo quadro, l’istituzione di un registro nazionale e l’imposizione di visite psichiatriche obbligatorie rientrano a pieno titolo nella logica della biopolitica teorizzata da Michel Foucault in “Sorvegliare e punire” (1975) e sviluppata poi in “La volontà di sapere” (1976), primo volume della Storia della sessualità. Il potere moderno, scrive Foucault, non si limita più a reprimere, ma si esercita sui corpi viventi, normando la salute, il genere, la sessualità e persino il diritto all’esistenza. Sorvegliare, schedare, medicalizzare: non sono semplici pratiche sanitarie, ma strumenti di controllo che trasformano l’identità in devianza, e l’autodeterminazione in anomalia da disciplinare.
Questo dispositivo di schedatura non è neutro né tecnico: è una tecnologia di potere, un archivio del sospetto. È il ritorno del corpo docile di cui parlava Foucault, addestrato alla norma attraverso il filtro clinico. La persona trans, privata di voce nei tavoli istituzionali, diventa un oggetto da classificare, da interrogare, da contenere. Le teorie queer ci insegnano che il genere è performativo, non patologico: volerlo incasellare in un registro significa negare la sua molteplicità, erigere confini dove c’è fluidità, istituzionalizzare la violenza sotto la maschera della cura.
Luxuria consiglia lo psichiatra a chi ha ideato la proposta
L’ipotesi del registro e del controllo psichiatrico ha già mobilitato ampi settori della comunità LGBTQIA+. Il Movimento Identità Trans parla apertamente di una “crociata contro le persone trans”, e lancia un appello per mobilitazioni nazionali a difesa del diritto all’autodeterminazione. Vladimir Luxuria ha definito l’iniziativa “una malattia ossessiva transfobica”, invocando ironicamente una “visitina psichiatrica per chi ha idee da regime repressivo di controllo”. Lo sconcerto cresce anche in relazione alla totale assenza di rappresentanza trans nei lavori del Tavolo tecnico, che ha coinvolto 29 professionisti tra endocrinologi, psichiatri e ginecologi, ma nessuna voce della comunità interessata.
La schedatura e i controlli psichiatrici alle persone trans non sono semplicemente accettabili in una democrazia
Lungi dall’essere un semplice aggiornamento procedurale, il piano in discussione rappresenterebbe una infrastruttura ideologica di sorveglianza, volta a riportare i corpi trans sotto il controllo dello Stato. Un ritorno all’epoca in cui l’identità di genere era un’anomalia da correggere, più che un diritto da rispettare. Se il governo proseguirà su questa strada, come ormai appare probabile, ci troveremo davanti a una restaurazione bioetica, un controllo biopolitico: quella in cui i corpi gender non conformi vengono trattati non come soggetti di diritto, ma come casi clinici da monitorare, contenere e schedare.
In gioco non c’è solo l’accesso alla cura, ma la legittimità stessa di esistere fuori dalla norma, la possibilità di abitare il proprio genere senza doverlo giustificare davanti allo Stato. È un salto indietro che travolge l’autodeterminazione e la trasforma in devianza, riscrivendo in chiave disciplinare ciò che il pensiero queer ha lottato per liberare: il corpo, la sessualità, la possibilità di nominarsi e di vivere senza dover essere diagnosticati.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





