Buon compleanno, Capitano Traoré: chi è il leader rivoluzionario che vuole rifondare il Burkina Faso?
Il 14 marzo Ibrahim Traoré compie 37 anni. E mentre in molti lo celebrano come un nuovo volto del panafricanismo radicale, il giovane presidente del Burkina Faso è più che mai al centro di una tempesta geopolitica, ideologica e militare che coinvolge tutto il Sahel. In questa data simbolica, ripercorriamo la sua ascesa, le sue sfide e la portata storica di un progetto politico che promette di riscrivere le regole, nonostante tutto.
Ibrahim Traoré: un po’ di biografia del leader del Burkina Faso
Ibrahim Traoré, nato il 14 marzo 1988 a Bondokuy, è un ufficiale militare burkinabé che ha assunto la guida del Burkina Faso il 6 ottobre 2022, dopo aver deposto il precedente leader Paul-Henri Sandaogo Damiba. Dopo gli studi in geologia all’Università di Ouagadougou, dove fu attivo in associazioni studentesche marxiste e musulmane, entrò nell’esercito nel 2009. Ha prestato servizio nella missione ONU in Mali (MINUSMA) e ha partecipato a operazioni contro l’insurrezione jihadista nel nord del Burkina Faso. Promosso capitano nel 2020, divenne portavoce del malcontento tra i soldati per la mancanza di equipaggiamento e la corruzione politica.
Due parole sul Burkina Faso, un po’ di contesto
Dal 2015, il Burkina Faso è teatro di un’insurrezione jihadista che ha causato migliaia di vittime e oltre due milioni di sfollati. La situazione ha portato a due colpi di stato nel 2022: il primo a gennaio, con la deposizione del presidente Kaboré da parte del tenente colonnello Damiba; il secondo a settembre, quando Traoré ha rovesciato Damiba, accusandolo di inefficacia nella lotta contro i gruppi armati.
Divenuto presidente ad interim il 6 ottobre 2022, Traoré ha dichiarato una “mobilitazione generale” nell’aprile 2023 per riconquistare i territori controllati dai jihadisti. Ha affermato che non si terranno elezioni finché la sicurezza non sarà ristabilita. Nel maggio 2024, una consultazione nazionale ha esteso il suo mandato di transizione di altri cinque anni, permettendogli di candidarsi alle future elezioni.
L’accusa di Traorè: una “combutta con la Francia” per destabilizzare il Burkina Faso
Negli ultimi giorni Traoré ha alzato i toni: in un discorso trasmesso in diretta nazionale ha accusato Benin e Costa d’Avorio di voler “destabilizzare” il Burkina Faso in combutta con la Francia, arrivando a promettere “prove audio” di una collaborazione tra agenti francesi e gruppi terroristici. La folla era in visibilio, ma le accuse (smentite dai paesi coinvolti) fanno temere una pericolosa deriva paranoica, che potrebbe isolare ancora di più il Paese. Il giovane presidente gode del sostegno di una parte della popolazione e di militari fidelizzati. Ma il potere, si sa, è instabile. Dal suo insediamento ha già dovuto affrontare almeno un tentativo di golpe e varie voci di malcontento all’interno delle forze armate. Il suo governo sembra saldo, ma la pressione interna (soprattutto tra i militari e i “Volontari per la difesa della patria”) resta alta.
Il contrabbando, il legami con Russia e Cina
Traoré ha espulso le truppe francesi nel 2023, cercando “partnership win-win” con altri paesi. Ha rafforzato i legami con Russia e Turchia, ricevendo droni da quest’ultima e, secondo alcuni rapporti, collaborando con il gruppo Wagner, anche se Traoré ha negato ufficialmente questa collaborazione. Nel novembre 2023, il governo ha approvato la costruzione della prima raffineria d’oro del paese, con l’obiettivo di trattenere più valore aggiunto e ridurre il contrabbando. Nel febbraio 2024, ha sospeso le licenze di esportazione per i piccoli produttori d’oro, cercando di regolamentare il settore e aumentare le entrate statali.
Uno dei punti centrali della politica di Traoré è quindi la rottura netta con la Francia, accusata di neocolonialismo. Via le truppe francesi, fine delle basi, fine delle cooperazioni militari. In cambio, più aperture verso Russia, Turchia e Cina. Mosca ha già inviato istruttori e forniture militari, mentre il Burkina Faso si avvicina ai BRICS. Un rischio però c’è, ed è semplicemente quello cambiare padrone, o trasformare il Sahel in terreno di gioco per potenze rivali, più che per un reale riscatto africano.
Alcune criticità di Traoré e della gestione del Burkina Faso
Il governo di Traoré è stato criticato per la repressione dei media: nel marzo 2025, tre giornalisti sono stati arrestati dopo aver denunciato restrizioni alla libertà di stampa. Inoltre, il conflitto ha causato gravi violazioni dei diritti umani, con attacchi indiscriminati da parte sia dei jihadisti che delle forze governative.
Ibrahim Traoré incarna quella nuova ondata di leader militari africani che, in nome della sovranità e della sicurezza, stanno riscrivendo la geopolitica del Sahel. Il suo governo cavalca un forte sentimento anti-francese e stringe alleanze con potenze emergenti, ma dietro questa narrativa di emancipazione si nascondono anche contraddizioni evidenti: la promessa di stabilità convive con una repressione crescente, la guerra al jihadismo si mescola a retoriche nazionaliste, e la “transizione” sembra sempre più un consolidamento di potere.
Traoré vorrebbe essere Sankara, ma non lo è
Ibrahim Traoré si presenta come l’erede spirituale di Thomas Sankara, ma le sue scelte non sempre reggono il confronto con il mito rivoluzionario. Dopo aver promesso una transizione, ha fatto approvare un’estensione di cinque anni del proprio mandato, lasciando intendere che pensa restare al potere a lungo. Niente elezioni all’orizzonte, mentre oppositori, giornalisti e dissidenti si ritrovano sempre più spesso sotto pressione. In nome dell’indipendenza, certo – ma da chi, e a favore di chi?
Il Burkina Faso di Saoré vuole spezzare simbolicamente ogni catena: niente parrucche coloniali dai tribunali, e verranno cancellati anche gli abiti ereditati dalla Francia. Questa è una svolta potente, carica di significato culturale. Ma mentre si cambia estetica, la realtà resta dura: carenze strutturali, corruzione, disuguaglianze e poche garanzie democratiche. Serve molto più di un tessuto “fatto in patria” per riformare a fondo uno Stato. Traoré dice di voler rompere con le potenze occidentali e difendere il proprio popolo, come Sankara. Ma mentre cresce la retorica, cresce anche la concentrazione del potere. Il rischio è quello di una rivoluzione che, più che redistribuire, accentra. E in un contesto di guerra, povertà e isolamento internazionale, i sogni del passato rischiano di restare solo sogni, o peggio, retorica.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





