Il Decreto Sicurezza e l’Italia verso una deriva autoritaria: il nuovo pacchetto repressivo firmato Meloni allarma ONU, sindacati e giuristi. In nome della sicurezza, si restringono libertà fondamentali e diritti costituzionali.

Il 4 aprile 2025 il Governo Meloni ha approvato un decreto-legge che, sotto la retorica della “sicurezza”, introduce 39 articoli, 19 dei quali creano nuovi reati o inaspriscono pene per reati già esistenti. Il Decreto Sicurezza (modificato appena quel tanto che basta per non incorrere in un rinvio dal Quirinale) è ora legge e sta già mostrando i suoi effetti: più processi, più carcere, meno diritti.

Questo decreto vuole letteralmente “aggirare” il Parlamento, in barba alla democrazia

A far discutere non è solo il contenuto del decreto, ma anche il metodo: da disegno di legge discusso in Senato, si è trasformato in decreto-legge approvato in tutta fretta dal Consiglio dei Ministri, eludendo il confronto parlamentare e il dibattito pubblico. Un modus operandi che gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito “preoccupante” e “allarmante”, chiedendone il ritiro immediato. Già a dicembre 2024 l’ONU aveva avvisato Roma: l’approvazione del testo avrebbe reso l’Italia non più coerente con i trattati sui diritti umani sottoscritti a livello internazionale.

Solo per un fascista il dissenso è sinonimo di terrorismo

Il nuovo Decreto contiene definizioni vaghe, soprattutto in merito a terrorismo e ordine pubblico, lasciando ampio margine di interpretazione alle autorità. Secondo l’ONU, questa vaghezza può condurre ad “applicazioni arbitrarie” e colpire in modo sproporzionato minoranze razziali, migranti, sindacalisti e manifestanti pacifici. Il diritto a manifestare, a riunirsi e a esprimersi è messo sotto pression

La CGIL lo dice chiaramente: il decreto “criminalizza la protesta” e restringe drasticamente gli spazi di libertà e dissenso. Proteste sindacali, scioperi, blocchi stradali rischiano di essere perseguiti penalmente come “interruzione di pubblico servizio”.

Il decreto sicurezza Meloni ha il carcere facile e non piace all’ONU

Tra le novità più controverse c’è il reato di “rivolta in carcere o nei CPR”, anche in caso di resistenza passiva, punibile con fino a 8 anni di reclusione. L’ONU lo ha definito “inutile e sproporzionato”, ma da quando la norma è in vigore, paradossalmente, le rivolte sono aumentate. A Piacenza e Cassino si sono verificati disordini già nei primi quattro giorni. Il sindacato Uilpa denuncia che “il decreto ha esasperato le tensioni”. La “sicurezza” promessa si rivela, dunque, solo una stretta repressiva, utile forse a silenziare il conflitto sociale ma inefficace nel prevenire il disagio reale.

Non si possono risolvere tutti i problemi con il carcere, la sicurezza è una questione sociale e non penale

Il decreto affronta con misure securitarie problemi che sono prima di tutto sociali. Ma la sicurezza è una questione sociale, non meramente penale. Povertà, disoccupazione, marginalità non si risolvono con la repressione, ma con politiche educative, occupazionali, culturali. “Non si crea sicurezza dal nulla, incarcerando chi già vive ai margini della società”, denuncia ancora la CGIL. Con il suo impianto punitivo e liberticida, segna un’ulteriore svolta autoritaria del governo Meloni. Aumentano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, si introducono nuovi reati simbolici, si moltiplicano gli strumenti per colpire il dissenso L’Italia che ne esce è meno libera, meno giusta, meno democratica. E più sola, se persino le Nazioni Unite chiedono di fermarsi.

Il “diritto penale del nemico”, un’idea di Jakobs che risuona ancor oggi

Un ulteriore elemento critico riguarda la criminalizzazione selettiva che il Decreto finisce per rafforzare: alcune categorie sociali, già oggetto di discriminazione sistemica, diventano bersagli privilegiati. Migranti, attivisti, persone razzializzate e detenuti vengono descritti implicitamente come minacce all’ordine pubblico, alimentando una retorica securitaria che giustifica l’esclusione e la repressione. Le norme, scritte con un linguaggio volutamente ampio, rischiano di colpire chi manifesta dissenso, riducendo la distanza tra protesta e reato.

È una deriva che richiama il concetto di “diritto penale del nemico”, una teoria di Jakobs in cui non si puniscono più le azioni, ma si reprimono individui percepiti come pericolosi in quanto tali, trasformando il diritto da strumento di garanzia in meccanismo di sorveglianza e punizione preventiva. Ora, il “diritto penale del nemico” prende forma: non più norme generali, ma strumenti di controllo rivolti a soggetti percepiti come pericolosi per il solo fatto di esistere in una condizione di vulnerabilità sociale o politica.

Il decreto sicurezza Meloni non piace all’ONU per un motivo semplice: è fascista

In definitiva, il cosiddetto “Decreto Sicurezza” non ha nulla a che vedere con la sicurezza, ma piuttosto sul controllo e la repressione. Non è una misura emergenziale, è uno schietto progetto ideologico: uno specchio del potere che riflette un’idea di società fondata sulla paura, sul controllo e sulla punizione dei deboli. È il manifesto di una visione del mondo nuova (ma non troppo) che considera il dissenso un pericolo, la marginalità una colpa e la giustizia un lusso da concedere solo a chi obbedisce.

Sotto il linguaggio dell’ordine si cela un tentativo di ridefinire i confini stessi della cittadinanza: chi protesta, chi si oppone, chi è povero o straniero viene spinto fuori dall’umanità giuridica, trattato non più come soggetto di diritti ma come nemico da neutralizzare. Questa non è sicurezza. È una guerra preventiva contro il futuro, una deriva autoritaria travestita da legge. E ogni volta che si arretra sul terreno dei diritti in nome dell’ordine, si costruisce un Paese più debole, più ingiusto, più solo. Chi tace oggi, si troverà domani a chiedersi come sia stato possibile.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine