Se la speranza è dura a morire, quella dei fan Marvel ha decisamente la scorza più resistente. Era dall’inizio della Multiverse Saga, quindi da dopo Avengers: Endgame, che l’MCU non sfornava un prodotto valido, con pellicole decisamente altalenanti (a parte la piccola grande parentesi del meraviglioso Guardiani della Galassia Vol. 3) e al di sotto delle aspettative. E c’è voluta la squadra più insospettabile d’America per far tornare quell’aria da vero blockbuster che ha sempre caratterizzato i prodotti da sala della Marvel. Perché Thunderbolts*, film su una squadra sgangherata e totalmente inaffidabile, non è solamente uno dei migliori film Marvel della storia recente, ma anche ottimo cinema. Non è solo un popcorn movie fatto e finito, puro intrattenimento e visualità esplosiva, ma anche uno studio sorprendente su cosa voglia dire saper affrontare i propri traumi e il proprio vuoto interiore. E, al di là di alcuni problemi narrativi e di tempi, soprattutto nella parte centrale, Thunderbolts* tiene incollati alla poltrona. Ed è forse quello che serve per ritirare sùll’MCU.

Thunderbolts* si poggia quasi nella sua totalità sulle spalle gigantesche di Florence Pugh e della sua Yelena, vera eroina e protagonista del film. Infatti, Thunderbolts*, sembra più una pellicola proprio su Yelena e la sua volontà di affrontare il vuoto che sente dentro, più che su una squadra di folli anti-eroi. Forse al di sotto di una saga corale come quella dei Guardiana della Galassia, che ha saputo fare del gruppo la sua vera forza, ma comunque ottimo cinema perché i gregari, a partire da Bucky fino a Red Guardian, giocano in funzione della protagonista vera del film. Questo significa saper scrivere efficacemente un film. Questo significa saper scrivere efficacemente un protagonista tecnico, un protagonista su cui possiamo allineare il nostro sguardo senza doverci per forza identificare. E quindi Thunderbolts* riesce a compiere uno scarto ulteriore rispetto al classico percorso MCU: prende tutto quello che c’è di buono nei Guardiani della Galassia e riesce a farlo suo, rendendo il gruppo di underdog più insospettabile e magari con meno hype in casa Marvel, il miglior film MCU da tanti anni a questa parte.

Thunderbolts*: fulcro narrativi e drammatici

Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus) è sotto indagine per impeachment vista la sua carica, ormai scaduta, di capo della CIA. La donna è anche nel consiglio di amministrazione della OXE group, una compagnia che, tra le altre cose, si occupa illecitamente di costruire “supereroi in laboratorio”. Valentina è a processo proprio per questo e, vista la sua volontà di creare un nuovo gruppo di super eroi per proteggere la terra ora che gli Avengers non ci sono più, decide di distruggere tutte le prove e dislocare le sue operazioni. Yelena (Florence Pugh), una delle agenti di Valentina, viene incaricata di uccidere un altro agente, Ghost (Hannah John-Kamen), accusata di aver tradito la compagnia e di voler vendere informazioni al governo. Quello che non sanno, però, è che Valentina le ha teso un’imboscata: loro, insieme a US Agent (Wyatt Russell), devono essere eliminati perché sono dei testimoni degli illeciti di Valentina. Attirati in trappola, riescono a fuggire, portando in salvo il misterioso Bob, un ragazzo sopravvissuto agli esperimenti della OXE.

E proprio Bob, che si rivelerà essere Sentry (come ampiamente suggerito dal marketing del film), è, insieme a Yelena, uno dei due fulcri narrativi del film. Yelena, nella prima scena, spiega ad un povero malcapitato (e quindi al pubblico) di sentire un vuoto dentro di sé, una mancanza. Proprio lo stesso vuoto che Bob diventa quando si trasforma in Sentry. E tra i due, quindi, nascerà quella chimica e quel filo narratologico che corre lungo tutto il film. Le memorie di un passato traumatico, di dolore e depressione rendono Thunderbolts* uno dei film più cupi dell’MCU. Perché Yelena, vera protagonista della pellicola, dovrà affrontare i suoi traumi di ex vedova e di bambina soldato per poter vincere la malinconia e il passato da cui non si scappa, così come Bob dovrà combattere con il suo vuoto per poter essere libero. È nei silenzi e nei gesti che Thunderbolts* trova la sua vera essenza drammaturgica, costruendo piano piano un gruppo tanto disordinato quanto unito proprio in virtù della loro disfunzionalità.

Fulcri comici

Ma, allo stesso tempo, è la comicità la vera fonte dettatrice dei tempi del film. Eric Pearson, sceneggiatore che si è occupato anche del prossimo Fantastici Quattro, calibra perfettamente comicità e drammaticità per dettare lo scandire il tempo che scorre. Sotto la regia di Jake Schreier (Emmy sfiorato con The Beef), Thunderbolts* riesce ad essere comico e mai esagerato, scostandosi dal rischio formale della demenzialità esagerata (vedasi Deadpool) per rientrare in una forma comica necessaria per allentare la tensione. L’idea di un gruppo disfunzionale di underdog, di emarginati dal sistema che il sistema stesso rende eroi, è la chiave di volta di un film che fa del riconoscimento di sé stesso come autonomo la sua impronta più profonda. Thunderbolts* riesce quindi a calibrare tre istanze contemporaneamente: una comica (anche grazie al magnifico Red Guardian di David Harbour in coppia con Sebastian Stan), una drammatica (Florence Pugh e Lewis Pullman su tutti) e una di franchise che, al di là della sua autonomia narrativa importante, rende Thunderbolts* l’operazione più riuscita della storia recente e uno dei film più importante per il futuro dell’MCU.

Alessandro Libianchi

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