Segre non riesce a criticare Israele, non ce la fa proprio. La senatrice a vita critica duramente l’esecutivo israeliano, ma rifiuta l’uso del termine “genocidio” per descrivere la guerra a Gaza. Una testimone della Shoah rompe il silenzio, ma si ferma prima di chiamare le cose con il loro nome.
Nel libro Non posso e non voglio tacere, Liliana Segre sceglie di parlare. Ma lo fa con una voce che, pur discostandosi dal silenzio complice di molti, resta incerta, prudente, trattenuta. L’intervista inedita che apre il volume è curata da Alessia Rastelli per Solferino e riportata da avrie fonti. Essa contiene parole gravi, soprattutto per una figura che il mainstream ha costruto come intoccabile. Segre dichiara di provare “una profonda repulsione verso il governo di Benjamin Netanyahu” e di vedere in Israele “una destra estremista, iper-nazionalista e con componenti fascistoidi e razziste“. Eppure, nel momento in cui più di 35 mila palestinesi sono stati uccisi, in gran parte civili, donne e bambini, la senatrice non riesce ad andare fino in fondo.
Il termine genocidio le appare eccessivo. E nonostante riconosca “atrocità e disumanità sotto gli occhi di tutti“, invita alla cautela semantica. Ma come è possibile parlare di cautela mentre avviene un Genocidio? Poi, è paradossale sentirlo proprio da Segre, perchè (ricordiamo) il semitismo e il sionismo non sono la stessa cosa.
Segre non prende posizione, non sa critcare: Israele oltre ogni limite, ma mai genocida
Segre afferma che “la guerra a Gaza ha avuto connotati di ferocia inaccettabili“, e che Israele “ha superato i limiti del diritto di difesa, facendo stragi di civili e distruzioni immani“. Poi, però, precisa: “Questo non ha a che vedere con la nozione di genocidio“. Una posizione che, oltre ad essere sbagliata, suona (nel contesto delle accuse mosse alla Corte dell’Aia da Sudafrica e altri Paesi) come un atto di protezione simbolica. La Shoah, sembra dire Segre, resta l’unico genocidio riconosciuto. Tutto il resto (anche se è ferocia sistemica, deportazioni di massa, fame usata come arma) è “altro”.
Segre non manca di condannare Hamas, parlando di “fanatismo teocratico e sanguinario“, e accusando le fazioni armate palestinesi di aver provocato il conflitto. Ma riconosce anche che Israele non solo ha reagito con ferocia sproporzionata, ma che da anni le sue scelte politiche minano ogni prospettiva di pace. “Entrambi i popoli, israeliano e palestinese, sono in trappola, incapaci di liberarsi da una sorta di condanna a odiarsi” sostiene, negando totalmente la dimensione asimmetrica degli orrori del genocidio. A incastrarli, secondo Segre, ci sono anche le rispettive leadership: Hamas da una parte, Netanyahu e i suoi alleati ultraortodossi e razzisti dall’altra. Due poteri che si rafforzano a vicenda, alimentando un ciclo di guerra e propaganda che schiaccia ogni speranza di autodeterminazione.
Netanyahu e Hamas, due estremismi funzionali: Segre non riesce a criticare Israele
Ma è sbagliato. Equiparare Hamas e il governo israeliano, come fa Liliana Segre nel suo ultimo libro, è un errore grave: non si può parlare di “due popoli in trappola guidati dalle rispettive peggiori leadership” quando l’asimmetria tra occupante e occupato è così brutale. Israele non sta rispondendo: sta cancellando sistematicamente ogni forma di esistenza palestinese, bombardando scuole, ospedali, famiglie intere. Ricondurre tutto a un problema di classi dirigenti è una scorciatoia comoda, che evita di nominare l’oppressione strutturale e il progetto coloniale che da decenni Israele porta avanti con impunità.
La senatrice ribadisce il proprio appoggio alla soluzione dei due Stati, pur ammettendo che ogni nuova fiammata di odio rende sempre più lontana questa prospettiva. Ma mentre l’occupazione della Cisgiordania avanza, Gaza viene rasa al suolo e Gerusalemme viene annessa pezzo dopo pezzo, parlare ancora di “due popoli, due Stati” suona come un riflesso retorico più che come un’opzione reale. E infatti Segre non cita mai il termine apartheid, non parla del regime coloniale che Israele esercita sui territori occupati, non nomina le migliaia di detenuti amministrativi palestinesi, i bombardamenti sulle scuole, gli ospedali distrutti.
Due popoli, due Stati è illusione senza giustizia
Segre si sofferma sul ritorno dell’antisemitismo in Europa, sostenendo che “ora non ci si vergogna più” e che “i crimini del governo Netanyahu sono diventati il pretesto per sdoganarlo”. Ma questa lettura è totalmente fuori luogo: criticare un governo che porta avanti una campagna di sterminio contro i palestinesi non è antisemitismo, è una semplice responsabilità politica e morale. Infratti, Netanyahu è duramente contestato anche in Israele, e molti analisti israeliani sostengono che stia usando la guerra per rimanere al potere ed evitare un bel processo. Confondere la rabbia per un genocidio con l’odio verso gli ebrei è una scorciatoia per delegittimare ogni dissenso e oscurare la repressione della solidarietà pro-palestinese, la censura nelle università, e perfino le voci ebraiche antisioniste ridotte al silenzio.
Liliana Segre resta una figura di rilievo, ma la sua posizione è prigioniera di una memoria selettiva: anche quando accusa Netanyahu di “ferocia“, anche quando riconosce le “stragi di civili“, la Shoah resta il punto oltre cui non si può andare. La sua voce non riesce a spezzare l’equivalenza implicita tra Israele e la sopravvivenza ebraica. E proprio per questo, la sua condanna non sembra essere proprio una condanna.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





