Quello di The Legend of Ochi è un mondo fantastico, in tutti i sensi. A metà tra sogno e realtà, il primo lungometraggio del regista Isaiah Saxon (evidente la sua provenienza dal mondo dei videoclip musicali), è una favola, una novella che distrugge i confini di un cinema che sempre più verte sulla grande epica e le storie campali per ritornare al piccolo, al sommesso e alle cose semplici. Saxon costruisce un film che dialoga apertamente con il cinema fantastico anni Ottanta, prendendo a piene mani da film come La storia fantastica, Gremlins o addirittura E.T.. Perché The Legend of Ochi, sotto la direzione maginifica di A24, costruisce un mondo immaginario e immaginifico tornando alla sostanza del cinema stesso, alla sua materialità. Attraverso l’uso di diverse tecniche cinematografiche come gli Animatronics e il Matte Painting, Ochi ci ricorda come il cinema sia sostanza più che apparenza, fantasia più che rigore logico.

Ed è qui che The Legend of Ochi diventa un film importantissimo. Nel suo essere un prodotto a bassissimo budget (appena 10 milioni), Ochi si fa purità cinematografica attraverso un avventura e un viaggio che ci ricordano sia quanto il cinema possa e debba distruggere le barriere, sia di quanto sia importante proteggere il nostro pianeta. Perché il lavoro è su una duplice direttrice: ambientale e cinematografica. In questa catarsi che Ochi è un film splendido e che va sostenuto e voluto a gran voce. Non è forse con la forza della scrittura (forse troppo debole), ma con la sua volontà di essere spettacolo immaginifico che Ochi vuole colpire. Un bene che, in un industria dove il calcolo matematico e di profitto regnano sovrani, si voglia far tornare tutti all’origine. Un quadro da sostenere e coccolare che colpisce diretto con la sua dolcezza

The Legend of Ochi e i contrasti

Sul Mar Nero, in un piccolo villaggio, Yuri è una bambina nata e cresciuta sotto l’ala protettiva di un padre esaltato, a cui è stato insegnato a non uscire di notte e ad aver paura di strane creature che abitano i boschi chiamate “Ochi”. Maxim, il papà di Yuri, è a capo di uno sgangherato gruppo di giovanissimi con il compito (indottrinato dall’adulto) di dare la caccia e sterminare queste creature per via di antiche credenze dure a morire secondo cui gli Ochi siano animali feroci e letali. Quando un cucciolo di Ochi si perde e si ritrova nella stanza di Yuri, la ragazza inizierà un viaggio sia fisico che spirituale per riportare il piccolo dalla sua famiglia.

The Legend of Ochi è un film sui contrasti. Tra padri e figli, tra uomo e natura, tra tradizioni e e modernità così come tra la paura del diverso e l’accettazione della diversità. Contrasti che corrono su tutto il filo del film, con Yuri che, anche per andare contro le regole imposte da suo padre Maxim (Willem Defoe), scappa dalla piccola cittadina in cui è rinchiusa. Ed è un contrasto che dal particolare di un rapporto genitoriale si fa generazionale con una Carpathia – così si chiama il villaggio – immersa in questo quadro quasi sognante, etereo. È la modernità immersa nella natura, inquadrata come se fosse un giocattolo o qualcosa di minuscolo in confronto all’immensità della natura. Anche grazie alla fotografia Evan Prosofsky e a diverse tecniche come il Tilt Shift e il Matte Painting, The Legend of Ochi costruisce una realtà immaginaria che si può solo ammirare, condita dalla volontà, evidentissima, di voler parlare e trasmettere qualcosa.

Gentilezza

Perché Ochi – o meglio, gli umani di Ochi- sono la rappresentazione di quella realtà capitalista che vuole schiacciare la natura, farla proprio. Quella stessa realtà che usa la paura del diverso e dell’ignoto come motore per mantenere lo status quo. Ma è solo attraverso il coraggio e la curiosità della scoperta (quella di Yuri) che si può vivere in pace con gli altri. Ed infatti, il gruppo di ragazzi capitanati dall’attore di Stranger Things Finn Wolfhard, capirà l’importanza di accettare gli altri proprio grazie a Yuri e al piccolo Ochi. E allora questo discorso di fondo di The Legend of Ochi si può traslare direttamente al cinema: se non si ha paura di sperimentare, di andare avanti e di non aver paura (come molto spesso fa la stessa A24), si possono creare ottime opere proprio come queste. Opere che sanno di mosca bianca in un mare di prodotti programmatici fatti con lo stampino, in un’industria logorata dalla necessità di apparire ed esserci. The Legend of Ochi è il ritorno ad una forma di cinema intima, colorata e artiginale. E lo fa attraverso l’arma più letale di tutte: la gentilezza.

Alessandro Libianchi

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