Quando il rifiuto scatena la violenza maschile. Non parliamo di mostri. Parliamo di uomini. Di ogni età, estrazione sociale, livello culturale. Mariti, ex compagni, fidanzati, conoscenti. Uomini cresciuti in una società che ha insegnato loro che amare significa possedere, e che la perdita del controllo è inaccettabile.

Quel “non accettare la fine” che spesso leggiamo nelle cronache non è una frase qualsiasi: è il segnale più evidente di una cultura maschile fondata sul dominio. Una cultura che appartiene alla nostra società, dove il valore dell’uomo viene misurato in termini di conquista, controllo, potere – anche nelle relazioni affettive.

Quando una donna decide di porre fine a una relazione, l’uomo si sente minacciato nel suo ruolo, nella sua virilità, nella sua posizione. Il rifiuto viene vissuto come un’umiliazione. Da qui nasce la rabbia, e da quella rabbia, troppo spesso, la violenza.

La donna sotto accusa

Nella maggior parte dei casi, però, non è l’uomo a finire sotto processo morale. È la donna. Per come si vestiva. Per il lavoro che faceva. Per il fatto stesso di aver lasciato. Pretesti che vengono usati per giustificare l’ingiustificabile, per distogliere lo sguardo dalla radice più profonda del problema: una società maschilista che continua a proteggere chi esercita il potere e a colpevolizzare le vittime.

Basti pensare al caso di Denise Maria, trovata morta a Pistoia il 4 giugno 2025. Invece di riportare la notizia come l’ennesimo femminicidio, molti giornali hanno scelto di aprire i titoli con la sua attività lavorativa, specificando che fosse una escort. Quasi a voler definire chi fosse, prima ancora di raccontare cosa le fosse accaduto.

Come se quella definizione bastasse a spiegare o attenuare l’orrore. Come se appartenere a una certa categoria rendesse la violenza subita meno grave, meno degna di empatia, meno umana.

E invece Denise era prima di tutto una donna. Una persona. Vittima di una violenza brutale. Il mestiere che svolgeva non è una premessa né una condanna. Non è mai una giustificazione per essere uccisa. Quel tipo di narrazione non solo disumanizza, ma legittima: lascia intendere che alcune vite valgano meno di altre. Che alcune donne siano “più uccidibili” di altre.

Quando una testata sceglie di evidenziare cosa faceva la vittima invece di denunciare la violenza dell’aggressore, partecipa attivamente a una narrazione tossica. Una narrazione che disumanizza, giustifica e perpetua il sistema.

Serve un cambiamento culturale

Se continueremo a parlare di femminicidi senza mai mettere in discussione la radice culturale di questa violenza, nulla cambierà.Se continueremo a concentrarci sulla vittima e non sul carnefice, continueremo a rafforzare l’idea che la libertà delle donne debba avere un prezzo.

È urgente un cambiamento. Un’educazione diversa, che parta dalle scuole, dalle famiglie, dai media. Un’educazione che insegni agli uomini a lasciare andare, ad accettare un no.

Un educazione che elimini l’identificazione delle donne con i soliti pregiudizi che ancora infestano il nostro immaginario collettivo. Etichette che disumanizzano, che giudicano, che giustificano. Che continuano a trasformare le vittime in colpevoli. Solo così potremo costruire una società dove una donna che sceglie di essere libera non rischia di morire per questo.

Giorgia Torresin

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