La polizia scatena un incendio durante una protesta in Sardegna: la repressione scatena il fuoco a Decimomannu. Questo è un fattore preoccupante.

La Sardegna è da tempo una delle principali piattaforme logistiche e strategiche della NATO e dell’esercito italiano. Decine di migliaia di ettari sottratti alla popolazione, alla salute e all’autodeterminazione, in nome della guerra permanente. Ma sabato 14 giugno, a Decimomannu (Cagliari), durante l’ennesima protesta antimilitarista organizzata dal movimento A Foras e da altre realtà locali, la repressione ha superato il limite: arresti, lacrimogeni, elicotteri utilizzati come dispositivi antisommossa. E un incendio divampato proprio a causa delle manovre poliziesche.

Secondo le testimonianze, il fuoco è partito dai campi quando alcuni lacrimogeni sono stati lanciati dalla polizia in direzione del corteo. Il vento generato dal rotore dell’elicottero, fatto scendere ad altezza uomo per “sfollare” i manifestanti, ha alimentato le fiamme, rendendo difficile ogni intervento dei vigili del fuoco. Nessuna strategia, nessuna gestione, nessuna precauzione: solo una risposta muscolare e sproporzionata, che ha messo a rischio vite umane e ha devastato l’ambiente circostante.

La polizia scatena un incendio in Sardegna, siamo sicuri sia normale?

La manifestazione era stata convocata nei pressi dell’aeroporto militare di Decimomannu, simbolo dell’occupazione militare dell’isola. I manifestanti non erano migliaia, come hanno scritto con lucidità e autoironia nel comunicato postato su Instagram, ma hanno comunque deciso di aggirare il cordone di forze dell’ordine per avvicinarsi alle recinzioni dell’area militare. Lì è partita la repressione, con un’escalation improvvisa: lacrimogeni a bassa distanza, inseguimenti nei campi, rotori puntati verso terra.

Il movimento A Foras denuncia che tutto è cominciato ancora prima della manifestazione, con l’arresto di un compagno. Una mossa preventiva che segna un salto qualitativo nella gestione dell’ordine pubblico: non si previene la violenza, si tenta di bloccare il dissenso prima ancora che si esprima.

Stiamo parlando di tecniche di repressione vietate in Italia

Tra i punti più gravi, c’è proprio l’uso del rotore dell’elicottero per disorientare e disperdere i manifestanti. Si tratta di una tecnica vietata in Italia, ammessa solo in casi di emergenza assoluta, per il pericolo che comporta: può causare lesioni, cadute, danni all’udito e – come in questo caso – effetti collaterali devastanti sul territorio. Nessuna emergenza era in corso. Solo una manifestazione.

Eppure nessun organo di stampa nazionale ha aperto con la notizia. Nessuna denuncia politica trasversale, nessuna interrogazione parlamentare, nessuna responsabilità rivendicata. La militarizzazione dell’isola viene trattata come un fatto tecnico, neutro, depoliticizzato. Chi vi si oppone, come un problema di ordine pubblico.

La polizia che scatena l’incendio in Sardegna non è un effetto collaterale, è il messaggio

La violenza poliziesca a Decimomannu non è un incidente. È il prodotto coerente di un modello in cui la sovranità popolare si misura solo nei limiti compatibili con l’economia di guerra. La presenza delle basi NATO in Sardegna, così come l’interdizione dei territori alle comunità locali, non è un errore del sistema: è il sistema.

E ogni volta che qualcuno osa metterlo in discussione, la risposta è la stessa: repressione, sorveglianza, silenzio mediatico. Ma l’incendio che hanno scatenato, in fondo, è anche un’immagine perfetta di ciò che il potere fa quando è messo alle strette: brucia tutto pur di non cedere un metro.

Maria Paola Pizzonia