Intervista a Espulse. La stampa è dei maschi, il un collettivo formato da quattro giornaliste – Stefania Prandi, Alessia Bisini, Roberta Cavaglià e Francesca Candioli – con un unico obiettivo; indagare il problema degli abusi di potere e delle soprusi nel mondo del giornalismo italiano. Il progetto nasce con l’intento di raccogliere testimonianze dirette di molestie e discriminazioni, sottolineando come quest’ultime nel mondo della Stampa siano ancora tabù e come condizioni di questo tipo si vadano a ripercuotere, soprattutto, sulla qualità dell’informazione e sulla stessa libertà di stampa.
Intervista al collettivo Espulse. La stampa è dei maschi

M.M: C’è stato un episodio particolare o personale che ha contribuito alla nascita di “Espulse. La stampa è dei maschi” e, quindi, all’urgenza di indagare il problema delle molestie e degli abusi di potere nel mondo del giornalismo italiano?
Espulse: Il collettivo è nato nel luglio 2023 con il preciso intento di indagare il problema delle molestie sessuali e degli abusi di potere nel mondo del giornalismo italiano. Dopo aver assistito al lavoro svolto dal collettivo REB, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di concentrarci sul nostro settore. Le molestie, i ricatti, gli abusi e le discriminazioni sessuali nel mondo del giornalismo sono ancora un tabù, continuano a rappresentare un duplice danno: in primis contro le singole giornaliste e poi come status quo nelle redazioni per tenere le donne – soprattutto quelle che non si adeguano al sistema dominante – lontane dai posti di comando.
M.M.: Nel mondo dei media spesso si racconta di molestie e discriminazioni sul posto di lavoro, tuttavia è raro che si faccia cenno a episodi simili nel mondo del giornalismo. Come mai, a vostro parere, questo tipo di azioni rapportato al giornalismo rappresenta invece un tabù?
Espulse: Le donne in Italia vengono discriminate in tutti i settori, dalla sanità all’istruzione. A ricoprire ruoli di comando sono soprattutto gli uomini e anche ad avere stipendi più alti. Nonostante i passi avanti compiuti negli ultimi anni, le donne continuano a essere sottopagate rispetto ai colleghi uomini a parità di ruolo e competenze. Secondo il Global Gender Gap Report 2024 l’Italia ha ancora molto da fare per raggiungere una vera parità, collocandosi all’87esimo posto su 146 Paesi per equità di genere, mantenendo una posizione critica rispetto a molte altre nazioni europee.
Il mondo del giornalismo è particolarmente maschilista. I media italiani sono luoghi a comando maschile. Su 10 giornali, ci sono 8 direttori e due direttrici; su 10 periodici, 8 sono direttori e 2 direttrici; su 9 Tg, 9 sono direttori. Su 9 testate radiofoniche, 7 sono capitanate da direttori e 2 da direttrici. Dalle analisi di GiULiA Giornaliste, in prima pagina le firme femminili sono il 20% delle totali e solo l’11% per commenti ed editoriali. Gli uomini hanno la prerogativa anche per gli editoriali. Le opinioniste sono solo il 30% e le esperte solo il 23 per cento.
L’85 per cento delle giornaliste ha dichiarato di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale secondo l’indagine sulle molestie sessuali nel mondo dei media condotta dalla Commissione Pari Opportunità della Fnsi in collaborazione con Casagit, Inpgi, Usigrai, Ordine dei giornalisti e Agcom e con la consulenza della statistica Linda Laura Sabbadini.
Espulse, l’impatto degli abusi nel mondo dell’informazione e l’inchiesta
M.M.: Abusi, discriminazioni e ricatti che impatto hanno sulla qualità informazione, in questo senso?
Espulse: Le molestie sono uno dei principali strumenti per tenere le donne ai margini del mondo del lavoro. Nel settore del giornalismo, in particolare, non sono solo un danno – sociale, economico, psicologico – per le singole professioniste, ma uno strumento per mantenere lo status quo nelle redazioni e impedire alle donne di dare voce ad altre donne. Questa esclusione sistematica ha conseguenze profonde: senza potere sulle scelte editoriali, l’agenda mediatica resta dominata da una prospettiva maschile, che spesso ignora o distorce temi cruciali per la società.
Uno squilibrio che è evidente anche per chi guarda la televisione, ascolta la radio e legge i giornali: solo il 35% della popolazione italiana ritiene che i media trattino le tematiche di genere in modo adeguato (Fonte: Osservatorio sul giornalismo, edizione 2020).Un sistema che quindi non solo penalizza le professioniste del settore, ma impoverisce l’intero panorama informativo, compromettendo la qualità e il pluralismo dell’informazione, in un Paese che l’anno scorso è già sceso dal 41º al 46º posto per la libertà di stampa nel mondo (Fonte: Reporter Senza Frontiere, 2024).
M.M: Per quanto riguarda l’inchiesta a cui state lavorando intitolata Voi con queste gonnelline mi provocate, avete un metodo specifico per la raccolta delle testimonianze? E, una volta avviata, come procederete in modo tale da diffondere il tema il più possibile?
Espulse: Voi con queste gonnelline mi provocate è l’inchiesta che abbiamo pubblicato il 16 ottobre 2024 ed è stata fondamentale per dimostrare che la dicriminazione di genere inizia dalle scuole di giornalismo. Ora siamo al lavoro per raccogliere testimonianze per una seconda inchiesta che si concentrerà su sessismo, molestie sessuali e abusi di potere nelle redazioni con l’obiettivo di ampliare ancora di più il dibattito su questo tema, sia nel nostro settore che nella società in generale.
Rispetto alla raccolta di testimonianze, lavoriamo con un’impostazione, una metodologia e un’etica femminista. Siamo un collettivo orizzontale e prima, dopo e durante la pubblicazione della nostra prima inchiesta abbiamo garantito la privacy e l’anonimato a 243 fonti. Nello specifico, abbiamo incontrato diversi casi di ragazze o ragazzi che hanno preferito non raccontare quanto successo perché ci sono ancora diversi fattori che inducono chi subisce molestie a non esporsi. Non è stato facile per le nostre fonti, che fanno le giornaliste o i giornalisti, aprirsi di fronte a una collega che non conoscevano.
Chi subisce molestie sessuali nella maggior parte dei casi tende a mantenere il silenzio per diversi motivi: scarsa consapevolezza della gravità dell’offesa, senso di vergogna e timore di ritorsioni sul lungo periodo. Le nostre fonti hanno provato sensi di colpa. Hanno avuto paura delle conseguenze di una loro eventuale denuncia. Hanno pensato che non sarebbero state credute. Alcune hanno normalizzato la situazione perché si crede, come alcune hanno spiegato, che ‘il mondo funzioni così’.
M.M: C’è stata una denuncia o una testimonianza specifica che vi ha particolarmente colpito?
Espulse: Non vorremmo “isolare” nessuna delle testimonianze che abbiamo raccolto perché credo che la forza del nostro lavoro stia nell’idea che quello su cui indaghiamo sia un sistema di potere, non un insieme di casi isolati o, come viene detto spesso, di “mele marce”.
Donne e giornalismo, abbandono di carriera e salute mentale: L’importanza della cooperazione
M.M: Ci sono stati casi da voi raccolti in cui gli episodi di misoginia nei confronti delle donne che lavorano nel mondo del giornalismo si sono poi tradotti in abbandono della carriera ?
Espulse: Ci sono ex studentesse che abbiamo intervistato e che oggi non lavorano come giornaliste e a volte le molestie ricevute hanno influito su queste scelta (insieme ad altri fattori, come le scarse retribuzioni e la precarietà). Ci sono altre che ci hanno raccontato di aver perso opportunità di lavoro, sempre nell’ambito del giornalismo, per paura di venire molestate o discriminate di nuovo. Credo che però il tema delle giornaliste che fuoriescono dal settore emergerà soprattutto nella prossima inchiesta, dove magari potremo fornire qualche numero più interessante.
M.M: Giornalismo e salute mentale: Fra le persone da voi intervistate c’è stato chi ha dovuto intraprendere un percorso psicologico dopo le molestie subite?
Espulse: Più di una. Solo per fare un esempio, nell’inchiesta facciamo riferimento a un’ex studentessa, Moira (il nome è fittizio), che ci ha raccontato di aver iniziato un percorso di psicoterapia dopo aver vissuto quello che la sua psicologa ha definito un “abuso di potere”.
M.M: Nel mondo del giornalismo, spesso, c’è molta competizione: la creazione di “Espulse. La stampa è dei maschi” vi ha dato modo di sperimentare atteggiamenti di solidarietà e cooperazione?
Espulse: In un mondo precario e competitivo, la vera rivoluzione è la collaborazione. Nel nostro caso, l’unione ha fatto la forza: credo che nessuna di noi sarebbe riuscita a fare questa inchiesta da sola, sia per l’impatto psicologico che ha che per la mole di lavoro da gestire. Come giornaliste, abbiamo bisogno di creare reti, sia personali che professionali, per sopravvivere in un settore patriarcale e nepotista. E ricordare che il sistema è così, ma può cambiare. Anzi, deve.
M.M: Dopo l’inchiesta, avete già un prossimo obiettivo su cui concentrarvi in futuro?
Espulse: Il nostro prossimo obiettivo è realizzare una seconda parte dell’inchiesta, concentrandoci sulle molestie sessuali, discriminazioni di genere e abusi di potere che avvengano nelle redazioni. Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding per poterla realizzare: in tre mesi siamo riuscite a raccogliere cinquemila euro. Anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che nel 2019 si è occupata del problema delle molestie nel mondo del giornalismo italiano, ha sostenuto il progetto con una donazione a parte.
Vogliamo continuare a fare giornalismo d’inchiesta di qualità e soprattutto vogliamo un giornalismo libero da molestie sessuali, discriminazioni di genere e abusi di potere, dove l’informazione sia davvero plurale e inclusiva e le giornaliste che hanno subito le conseguenze di questo sistema non si sentano più sole.
Stella Grillo
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