Francesca Albanese è stata sanzionata da Israele e USA: ma perché la relatrice ONU è così invisa a queste due potenze?

Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei territori palestinesi occupati. Una misura che, più di ogni altra dichiarazione diplomatica, racconta l’irritazione profonda di Washington (e di Israele) verso chi osa denunciare (con nomi e numeri) la macchina economica e industriale che alimenta l’occupazione e le bombe sulla Striscia di Gaza.

Albanese è una giurista italiana e una voce tra le più nette contro l’offensiva israeliana a Gaza. Lei è accusata dal segretario di Stato Marco Rubio di antisemitismo e di “guerra politica ed economica” contro gli USA e Tel Aviv. Dietro la formula standard delle “sanzioni”, c’è in realtà un segnale molto chiaro. Ovvero: chi sfida lo status quo e parla di genocidio, come ha fatto Albanese nel suo rapporto 2024, deve essere isolato e delegittimato.

Un rapporto scomodo

La miccia è stata accesa dal suo ultimo dossier, presentato al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, intitolato Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Un documento che non si limita a ripetere l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a carico di Israele. Inoltre, elenca decine di aziende (molte statunitensi) che alimentano direttamente o indirettamente l’apparato militare israeliano.

Dai colossi dell’hi-tech (Google, Amazon, IBM, Microsoft) alle big dell’industria militare (Lockheed Martin, Leonardo), fino ai bulldozer Caterpillar e Volvo che radono al suolo le case a Rafah o a Jenin. Il rapporto smonta l’alibi del “dual use”: la tecnologia venduta a Israele, dice Albanese, non serve solo a migliorare infrastrutture civili, ma contribuisce alla sorveglianza e alle operazioni belliche. E chi finanzia tutto questo? Anche banche come Barclays o BNP Paribas, accusate di acquistare titoli di stato israeliani.

Il reato? Avere memoria

Il punto, ora, è capire cosa comporteranno le sanzioni. Niente di irreparabile, almeno in apparenza: Albanese non potrà entrare negli Stati Uniti, eventuali beni le saranno congelati. Ma ciò che conta è il messaggio: demonizzare chi denuncia un sistema di potere – anche quando lo fa nel quadro di un mandato ONU – serve a ribadire che l’impunità è blindata.

Eppure la relatrice non sembra intenzionata a fare passi indietro. Nessun commento ufficiale, solo un messaggio secco ad Al Jazeera: «No comment sulle tecniche di intimidazione in stile mafioso».

Un avvertimento per tutti

Per Israele, Albanese è una spina nel fianco da anni. Da febbraio le è stato vietato l’ingresso nei territori occupati, dopo che aveva appoggiato la causa presso la Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e l’ex ministro Gallant. Una “colpa” imperdonabile per gli USA, che da sempre rifiutano di riconoscere l’autorità della CPI sui propri alleati.

Eppure la sua insistenza smaschera la rete di complicità che tiene in piedi l’occupazione: le armi, i bulldozer, i server cloud, le banche, le imprese che fanno affari con i governi anche quando quei governi bombardano interi quartieri.

Il segnale è chiaro: non basta più mettere a tacere chi denuncia i crimini, bisogna colpire anche chi espone i nomi dei profittatori. Eppure, come scrive la stessa Albanese, le tecniche di intimidazione non possono zittire la realtà.

E di fronte a 37mila morti a Gaza, chi fa affari col sangue non dovrebbe avere paura di una sanzione: dovrebbe avere paura di una memoria lunga, come quella che la relatrice dell’ONU ha messo nero su bianco.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine