Assistiamo, nel PKK, ad un disarmo storico. Di seguito, le parole di Abdullah Öcalan. Venerdì mattina, nelle campagne di Sulaymaniyah, Kurdistan iracheno, una trentina di guerriglieri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno deposto le armi. Le tv turche hanno mostrato le immagini quasi come un trofeo: vecchi fucili gettati in un calderone e dati alle fiamme, con l’elenco dell’arsenale passato ai funzionari del Governo Regionale del Kurdistan (KRG). Una cerimonia che segna la fine di una stagione di resistenza armata; ma non della battaglia per i diritti del popolo curdo.
Dietro a quel fuoco, c’è un messaggio limpido:
Da oggi in poi ci liberiamo delle armi per continuare a lottare per libertà, democrazia e socialismo con la politica e la legge,
dichiara il gruppo, che si presenta come “Gruppo per la pace e la società democratica”. Per chi ha combattuto in montagna per decenni, è un cambio di campo, non di obiettivo.
Öcalan, voce da İmralı
Due giorni prima, Abdullah Öcalan (fondatore del PKK, prigioniero a İmralı dal 1999) ha ribadito la linea. Dichiara:
La strategia di guerra di liberazione nazionale è finita. L’esistenza del popolo curdo è ormai riconosciuta. È questo il senso di questa svolta.
Un messaggio che rilegge la storia come una vittoria: la lotta ha strappato ai governi turchi il riconoscimento di un popolo che per decenni si voleva cancellare.
Il PKK risponde all’appello del suo leader, ma avvisa:
Non sarà un processo a senso unico. La pace si costruisce in due.
Un modo per dire ad Ankara che non basta pretendere la resa, serve restituire dignità, diritti, garanzie.
Disarmo o passerella?
Tutto si è svolto sotto l’occhio dell’intelligence turca (MIT) e di osservatori esterni. Un centinaio di persone da Diyarbakır hanno assistito alla cerimonia: per Erdogan è l’immagine di una “Turchia senza terrorismo”. Ma dietro lo slogan resta aperta una domanda: cosa accadrà a chi depone il fucile? Quali garanzie avrà chi torna nei villaggi curdi, ancora oggi sorvegliati, militarizzati, trattati come focolai di insubordinazione?
Il discorso “storico” annunciato da Erdogan sarà davvero tale se parlerà di amnistia, reinserimento, fine della repressione politica e culturale. Altrimenti resterà solo propaganda buona per Bruxelles e Washington, che da decenni tollerano la repressione dei curdi in nome dell’alleanza NATO. Il disarmo è un gesto reale, ma fragile. La storia lo insegna: ogni tregua, se non seguita da diritti concreti, diventa fumo negli archivi. Oggi finisce, almeno simbolicamente, l’idea di uno Stato curdo conquistato col fucile. Ma se Ankara non smetterà di perseguitare chi parla curdo, chi amministra città curde, chi sogna autonomia e socialismo, la scintilla tornerà a bruciare.
A pagare il prezzo più alto saranno sempre loro: i giovani che ieri hanno bruciato un’arma e oggi chiedono pane, voce e rispetto.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





