Non c’è niente da festeggiare rispetto all’accordo sui dati tra Italia e USA, e vi spieghiamo perchè.
Il governo italiano applaude: Giorgia Meloni dall’Etiopia ha definito l’accordo con gli Stati Uniti sui dazi “positivo e sostenibile”. In pratica, Ue e Washington hanno chiuso con un compromesso: un dazio massimo del 15% sulle esportazioni europee verso gli Usa, evitando il 30% minacciato da Trump. In soldoni: una colpo più leggero del previsto, ma pur sempre un colpo.
Perchè Meloni è contenta? Ci sono anche le critiche
Secondo la premier, l’intesa scongiura una “guerra commerciale” che avrebbe travolto Europa e Stati Uniti. Roma, assieme a Berlino, ha spinto forte per un compromesso piuttosto che rischiare lo scontro frontale con la Casa Bianca.
Il 15%, considerando che oggi i dazi oscillano intorno al 4‑5%, significa però un aumento netto di una decina di punti. Sostenibile? Dipende da chi lo subisce.
Le associazioni di categoria non la vedono affatto così. Federvini e l’Unione italiana vini stimano danni per centinaia di milioni di euro solo nel prossimo anno, con esportazioni verso gli Usa che valgono 2 miliardi l’anno. Coldiretti parla di filiere penalizzate che avranno bisogno di compensazioni europee. E non si tratta solo di vino: pasta, formaggi, moda e meccanica sono tutti a rischio, soprattutto perché paesi come Argentina, Cile e Australia hanno strappato condizioni migliori (dazi al 10%). Secondo alcune stime, l’Italia rischia fino a 23 miliardi di euro di danni e la perdita di oltre 100mila posti di lavoro nei prossimi anni.
Dazi Italia e USA: chi vince e chi perde, spiegato facile
Le opposizioni parlano senza mezzi termini di “resa a Trump”. E non hanno torto: il compromesso è arrivato nonostante il peso politico dell’Ue, che ancora una volta si mostra divisa e incapace di reggere il braccio di ferro con Washington.
Perfino in Europa le reazioni sono state gelide: il premier francese Bayrou parla di “giorno buio”, Orban dice che
Trump si è mangiato Ursula von der Leyen a colazione.
In effetti la grande vittoria è di Trump, che ottiene energia europea pagata a peso d’oro (750 miliardi di dollari in tre anni) e tariffe abbastanza alte da compiacere la sua base. Invece, perde il Made in Italy, che si ritrova con mercati più difficili e competitor più agguerriti. In tutto ciò, Meloni salva la faccia, evitando il disastro immediato, ma si lega mani e piedi a una logica che premia chi minaccia e punisce chi media.
In soldoni: Meloni dice che l’accordo “scongiura una guerra commerciale”. Forse. Ma intanto si accetta che l’Europa resti subalterna: l’America detta i termini, noi ringraziamo. Il prezzo lo pagheranno i settori che fanno grande l’Italia nel mondo.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





