Il regista tedesco Werner Herzog (Aguirre, furore di Dio, Fitzcarraldo, Nosferatu-Il principe della notte) è stato premiato con il Leone d’Oro alla carriera. La decisione è stata presa dal Cda della Biennale, che ha fatto propria la proposta del Direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, Alberto Barbera. Nell’accettare il riconoscimento, consegnatogli dall’amico e collega Francis Ford Coppola, Herzog -Fuori Concorso a Venezia 82 con Ghost Elephants– ha dichiarato: «Sono profondamente onorato di ricevere il Leone d’Oro alla carriera dalla Biennale di Venezia. Ho sempre cercato di essere un Buon Soldato del Cinema e questa mi sembra una medaglia per il mio lavoro. Grazie. Tuttavia non mi sono ancora ritirato. Lavoro come sempre. Qualche settimana fa ho terminato un documentario in Africa, Ghost Elephants, e in questo momento sto girando il mio prossimo lungometraggio, Bucking Fastard, in Irlanda. Sto realizzando un film d’animazione basato sul mio romanzo The Twilight World, e interpreterò la voce di un personaggio nel prossimo film d’animazione di Bong Joon-ho. Non sono ancora finito».

La conferenza stampa di “Ghost Elephants”, molto più di un documentario

Il regista Werner Herzog e Francis Ford Coppola- © Ludovica Casula Ph – Metropolitan Magazine

Il documentario Ghost Elephants è stato presentato questa mattina in conferenza stampa. Presenti in sala il regista, il produttore Ariel Leon Isacovitch e il protagonista della pellicola, Steve Boyes. Per Herzog, l’incontro con l’ambientalista sudafricano è stato importantissimo, come da lui stesso affermato di recente: «Dopo aver incontrato Steve Boyes, mi si è presentato con grande urgenza un progetto inaspettato, che sembrava la caccia a Moby Dick, la balena bianca». Il paragone con il romanzo di Herman Melville torna ad essere centrale nelle sue considerazioni odierne: «Il film si basa sulla ricerca, ma non è un documentario; non è questo quello che dovreste aspettarvi. Gli elefanti, in fondo, si vedono per una trentina di secondi in tutto, ma non è questa la cosa più importante. Ghost Elephants si concentra sul sogno, sullo spirito degli elefanti e sul senso della loro ricerca, proprio come in Moby Dick. Anche nel libro, che conta seicento pagine, incontriamo a malapena la balena».

In un certo senso, dunque, per i realizzatori del lungometraggio la ricerca è ben più importante della scoperta vera e propria. Lo conferma anche Steve Boyes: «Ci siamo concentrati molto sul cercare, piuttosto che sul trovare. Abbiamo incontrato oltre duecentosettantacinque nuove specie lungo il nostro cammino; il viaggio ci ha portato in luoghi fantastici, e in una dimensione disabitata e in totale armonia con la natura». Gli fa eco il regista: «Abbiamo visitato un’area grande quanto l’Inghilterra. Si tratta di un territorio affascinante, ma complicato: abbiamo attraversato fiumi infestati da coccodrilli, portato le moto in spalla e cose del genere. Sono cose che uno dovrebbe fare da giovane, io ho rallentato la spedizione, ma alla fine ce l’ho fatta».

L’uomo e la natura, raccontati attraverso la ricerca degli elefanti

Ghost Elephants mostra un mondo del tutto diverso da quello al quale siamo abituati. Ci si ritrova in un paradiso, con specie uniche ed esseri umani a stretto contatto con la natura. «Tutto vero», assicura Herzog, «L’aspetto umano e il suo rapporto con ciò che ci circonda è importantissimo. Le popolazioni che incontriamo, da un punto di vista genetico, sono state la prima tipologia di Homo Sapiens. Poi hanno viaggiato, e questi uomini sono arrivati ovunque. Loro sono noi, non sono dei selvaggi».

Per Boyes, «queste comunità rappresentano noi, la nostra natura umana e il rapporto con la natura circostante, così diverso dal nostro. Ad esempio, noi associamo il fuoco alla distruzione, loro invece alla vita. Ogni anno bruciano sezioni intere di foresta, e lo fanno per favorire la caccia e la pesca; lo fanno per vivere». Prosegue il ricercatore: «L’Angola è un Paese che ha vissuto anni e anni di guerre, alcune delle quali hanno coinvolto i luoghi da noi visitati. Si può ancora percepire il trauma che queste terre hanno vissuto, ma ciò che tiene i popoli insieme sono le loro tradizioni, le loro usanze, e anche gli elefanti».

Werner Herzog a Venezia 82: «Cerco di essere un buon soldato e di fare il mio dovere»

Come promesso, Werner Herzog non ha intenzione di fermarsi. Ha finito da poco di girare Bucking Fastard, con protagoniste le sorelle Kate e Rooney Mara insieme a Orlando Bloom: «Lo abbiamo girato in alcune grotte isolate della Slovenia, un Paese talmente bello da perdere il fiato». Altri progetti sono in cantiere; altri, probabilmente, rimarranno irrealizzati. Il regista, però, non ci rimugina troppo su: «Ho tantissimi progetti in mente, ma non riuscirò a finirli tutti. Penso spesso a un film sulla conquista del Messico dal punto di vista dei nativi; volevo realizzarlo con Coppola, ma è un’idea troppo ambiziosa. Non ci rimango troppo male, però: ho girato decine di film, scritto libri e tanto altro. Qualche anno fa, proprio qui a Venezia, ho portato due film, credo una cosa mai avvenuta in nessun Festival cinematografico. Quindi non ci perdo il sonno quando qualche progetto va in fumo, cerco di essere un buon soldato e di fare il mio dovere».

E a chi gli chiede quale, per lui, sia il film più rappresentativo della sua stessa carriera, il neo Leone d’Oro alla carriera risponde: «Non si può chiedere a una madre quale, tra i suoi figli, sia il preferito. Impossibile rispondere, io amo tutte le mie opere e sono orgoglioso di ognuna di esse».

Federica Checchia