Dopo “Mia Moglie” chiude anche il sito Phica.eu, ma il Patriarcato resta e con lui anche la piramide della violenza.
La chiusura del sito Phica.eu nell’agosto 2025 non è un dettaglio di cronaca, ma un punto di svolta. Per vent’anni, sotto la maschera di un forum di “condivisione personale”, il portale ha ospitato foto rubate, screenshot, deepfake sessuali e commenti degradanti su donne comuni e figure pubbliche. Politiche come Giorgia Meloni, Elly Schlein, Alessandra Moretti e Alessia Morani, ma anche attrici e influencer, sono state trascinate dentro thread dal titolo esplicito, sezioni “VIP” in cui venivano discusse, ridicolizzate, sessualizzate. Alcune di loro hanno parlato chiaramente di “violenza sessuale digitale”, denunciando il crollo della propria sfera emotiva e la trasformazione dei loro corpi in oggetti di consumo collettivo.
Phica.eu non è revenge porn
Dobbiamo capire che Phica.eu non sia un caso di revenge porn (che si chiama piuttosto “condivisione non consensuale di immagini intime”), ma un dispositivo di controllo patriarcale. Per capire, ci serve guardare alla piramide della violenza descritta da studiose come Liz Kelly e Diana Russell. La violenza estrema, quella che leggiamo nei giornali come femminicidio, non appare mai dal nulla. È l’apice di una struttura che parte dal basso: battute sessiste, insulti normalizzati, umiliazioni, oggettivazioni quotidiane. Questi comportamenti, apparentemente innocui, preparano il terreno per molestie, abusi, pornografia non consensuale. Phica.net era esattamente questa base: un luogo che trasformava la violenza simbolica in passatempo, in spettacolo, in contenuto da cliccare. Ogni commento, ogni condivisione non era neutra, ma un mattone aggiunto alla piramide.
il #metoo italiano?
La reazione pubblica è stata enorme: petizioni con decine di migliaia di firme, denunce collettive, un’ondata di indignazione definita dai media internazionali come “l’Italia’s #MeToo”. Per la prima volta, il Paese ha guardato in faccia una violenza che si è nutrita per anni di complicità silenziosa e di impunità digitale. Come ha detto Valeria Campagna, vicesegretaria del Pd Lazio, “questa storia riguarda tutte noi, riguarda il nostro diritto di essere libere, rispettate, di vivere senza paura. Io la chiamo cultura dello stupro”.
C’è però un livello ulteriore: quello degli algoritmi. Phica.eu, come tutte le piattaforme, non si limitava a ospitare contenuti, ma li organizzava e li spingeva in alto in base a traffico e interazioni. Le immagini più volgari, i thread più voyeuristici, finivano automaticamente in cima. È la dimostrazione che gli algoritmi non sono neutri: diventano complici, legislatori invisibili che premiano la cultura patriarcale, facendo profitto sull’umiliazione dei corpi femminili.
Phica.eu, il Male Gaze, il potere algoritmico
Qui entra in gioco il concetto di male gaze – lo sguardo maschile dominante, descritto da Laura Mulvey, che nel digitale diventa infrastruttura. Non è più un regista che decide cosa vedere al cinema: è un’intera comunità online che guarda, archivia, commenta e diffonde, moltiplicando la violenza. È il male gaze digitale, che trasforma il corpo delle donne in moneta sociale, carburante di una fratellanza patriarcale organizzata intorno all’umiliazione.
Per questo il problema non è (solo) di privacy, ma di potere. Come ricorda Chiara Bottici, il femminismo oggi deve essere radicale e intersezionale, perché sessismo, razzismo e capitalismo non sono catene separate: sono un nodo unico. Phica.net non era solo una galleria di immagini, era un meccanismo di sfruttamento cognitivo, economico e simbolico.
In sintesi: Phica.eu non è stato un incidente, ma un catalizzatore di patriarcato digitale. La sua chiusura è importante, ma non basta. Non basta chiudere un sito: serve cambiare la cultura che lo ha reso possibile, e soprattutto le piattaforme che ne riproducono le logiche. Se gli algoritmi sono i nuovi legislatori, vanno riscritti. Se il male gaze è diventato infrastruttura, va decostruito. Se la piramide della violenza si riproduce online, dobbiamo agire su ogni gradino, dal linguaggio quotidiano alla violenza estrema.
Il transfemminismo intersezionale è la nostra unica soluzione: non si tratta solo di difendere le donne dal patriarcato digitale, ma di trasformare radicalmente l’ecosistema tecnologico, smontando i suoi meccanismi di oppressione. Solo così potremo passare dall’indignazione a una vera emancipazione.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





