“L’amarezza per la dissoluzione della comunità domestica era umanamente comprensibile”, ovvero, l’ex marito di Lucia Regna era amareggiato per il matrimonio finito. Così i giudici hanno escluso l’assenza di maltrattamenti nel caso che ha visto la donna vittima di un aggressione tale da provocarle la frattura dell’orbita con un indebolimento della vista e la ricostruzione del volto con 21 chiodi in titanio. Una sentenza al limite dell’assurdo.

Lucia Regna, il marito era “amareggiato per il matrimonio finito”

Oltre alla giustificazione per quanto accaduto, i giudici Paolo GalloElena Rocci e Giulia Maccari hanno ritenuto la testimonianza della vittima inesatta. In riferimento all’episodio del 22 luglio 2022, infatti, hanno affermato che “Il procedimento è nato ed è incentrato su uno specifico episodio di lesioni personali di prova assolutamente evidente. Attorno a questo specifico episodio è stata poi costruita un’imputazione di maltrattamenti aggravati (l’imputazione più grave). L’istruttoria dibattimentale ha accertato l’insussistenza di quel reato”.

Inoltre, secondo i tre giudici la deposizione di Regna è risultata “largamente inattendibile”: per i sedici anni “Che intercorrono fra le nozze nel 2004 e la pandemia nel 2020 quello che la parte civile ha potuto rimproverare al marito è una propensione per il gioco”. In conclusione, “La parte civile si è espressa in termini artificiosi e ambigui. Va evidenziato che dal tenore delle domande del difensore e delle risposte di Regna si comprende chiaramente che vi fu un solo episodio di contatto fisico (risalente al 28 luglio 2022, ndr) fra imputato e parte civile: si trattò di una spinta al viso con una mano”. Sulla base di approfondimenti e testimonianze per i giudici “deve pertanto escludersi l’esistenza del reato di maltrattamenti prima del 28 luglio 2022”.

La violenza verbale è stata giustificata dai giudici

Come se non fosse abbastanza grave quanto espresso dai giudici, hanno ritenuto da contestualizzare anche la violenza verbale alla quale Lucia era costretta da tempo. Frasi come “sei una puttana“, “non vali niente“, “non sei una madre“, dette sempre davanti ai figli, per i giudici sono frasi da ricondurre “nel loro specifico contesto”. Per loro, non si è di fronte al reato di maltrattamenti.

L’avvocata di Lucia, Annalisa Baratto, denuncia la sproporzione della decisione. “Una sentenza che ridimensiona le violenze subite e mortifica la vittima, mentre concede indulgenza a chi l’ha ridotta così”. Una sentenza al limite dell’assurdo: non ci si deve stupire se poi le donne vittime di violenza non vadano a denunciare (se non muoiono prima).

Marianna Soru