Cosa sta accadendo realmente? Dove stiamo finendo? Proviamo ancora amore autentico per ciò che vediamo o lo stiamo soltanto strumentalizzando? E’ quello che ci siamo chiesti guardando la Mostra del Cinema di Venezia 82.

Mostra del Cinema di Venezia 82: tra arte, politica e il caso “No Other Choice”

Il cast di No Other Choice sul red carpet dell'82esima Mostra del Cinema di Venezia - Ph © Luigi De Pompeis ©

Cinema e politica: un legame sempre più stretto e il rischio di ridurre l’arte a un unico punto di vista

Un tempo il cinema era un viaggio, una barca piena di storie su cui salire e lasciarsi trasportare tra emozioni e paesaggi narrativi. Oggi, invece, sembra che il grande schermo venga spinto sempre più dentro l’imbuto della politica. Se davvero si volesse parlare di politica, bisognerebbe farlo senza selezioni arbitrarie: nel mondo esistono ben cinquantasei conflitti armati comprendenti novantadue paesi. Perché allora concentrare premi e riconoscimenti sempre su un’unica narrazione? Il rischio è quello di ridurre l’arte a un simbolo, sacrificando la libertà creativa sull’altare dell’attualità.

Abbiamo smarrito un vero sistema valutativo: oggi si premia secondo canoni di ascolto, di visibilità e di messaggi politici. Questo porta a illuderci che un conflitto valga più di un altro, che un tema “alla moda” abbia più diritto di rappresentanza rispetto ad altre opere di altissimo livello.

“No Other Choice”: il film simbolo di un dibattito

La riflessione prende spunto da No Other Choice di Park Chan-wook, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Si tratta di un’opera di straordinaria intensità, capace di combinare rigore e visione personale con una forza rara nel panorama contemporaneo.

La regia, con precisione chirurgica, mette in scena le contraddizioni della nostra epoca, alternando momenti di durezza a lampi di ironia senza mai perdere coerenza o ritmo. Fotografia, sceneggiatura, interpretazioni e struttura narrativa dialogano in perfetta armonia, dando vita a un film che rimane impresso nella mente dello spettatore.

Non è un caso che subito dopo la proiezione la critica internazionale abbia accolto l’opera con entusiasmo e applausi, indicandola come la naturale candidata al Leone d’Oro. Eppure la giuria ha scelto un’altra direzione, lasciando molti perplessi e alimentando la sensazione diffusa che la politica culturale dei festival stia diventando sempre più invasiva.

Certo, ogni giuria ha il diritto di seguire la propria sensibilità, ma è altrettanto evidente che il cinema rischia oggi di trasformarsi in un terreno di simboli, bandiere e prese di posizione, piuttosto che in uno spazio di vera libertà artistica.

L’opera del regista coreano avrebbe meritato almeno un riconoscimento per il suo valore intrinseco e per la sua capacità di affrontare temi universali con la potenza che solo il grande cinema possiede.
Eppure, nonostante l’altissimo livello artistico e quanto enunciato precedentemente, No Other Choice è stato addirittura escluso dalla shortlist degli otto titoli selezionati dalla giuria per la fase finale di assegnazione dei premi.

Ciò nonostante, il Festival ha avuto comunque il merito di mostrare al mondo quanto il cinema coreano non abbia nulla da invidiare al resto del panorama nazionale e internazionale, confermandosi ormai come una delle realtà più solide e innovative dell’intero scenario cinematografico.

Conclusioni: il futuro dei premi cinematografici

Viviamo in una società che tende a privilegiare ciò che è più immediatamente riconoscibile e politicamente rilevante, a scapito di problemi più concreti e complessi, come la drammatica condizione del lavoro nel mondo.
La domanda allora resta aperta: vogliamo davvero un cinema che segua le mode e le agende politiche, oppure un’arte che torni a raccontare l’essere umano in tutte le sue sfaccettature?

Arianna Villa