Intervistato ieri a DiMartedì, Luigi Di Maio propone un contratto di governo agli altri partiti. Ma come primo interlocutore vuole il Partito Democratico.

Non si vedeva in televisione dal giorno delle elezioni. Ieri sera è tornato nel salotto di Giovanni Floris, lasciandosi intervistare per poco meno di un’ora. Sotto lo sguardo attento di Rocco Casalino, Luigi Di Maio è apparso, seppur in tono minore, ancora in campagna elettorale. Prima delle elezioni aveva detto che in caso di vittoria avrebbe proposto a tutte le forze politiche un governo “a-la-cartè”. Lo ha ribadito, parlando di contratto dettagliato di governo da sottoporre alle altre forze politiche.

L’apertura al Partito Democratico

Come primo interlocutore vuole al suo tavolo un PD derenzizzato. «E’ sicuramente il PD con l’attuale segretario e con le persone che in questi anni hanno lavorato bene» afferma «Noi non abbiamo mai detto che sono tutti uguali: molti di noi hanno espresso apprezzamenti per l’operato all’Agricoltura di Martina, o per Minniti e Franceschini». Alla fine piazza un colpo comunicativo da stratega: «Il PD deve scegliere se continuare a seguire la linea di Renzi che per fare un dispetto a me e al Movimento 5 Stelle fa un dispetto al paese». Dei quattro scenari che avevamo ipotizzato, Luigi Di Maio preferisce quello in cui l’intesa nasce con Partito Democratico e, conseguentemente, Liberi e Uguali. Tuttavia Renzi detiene ancora un forte potere nel partito, la sua linea è condivisa anche dal segretario reggente Maurizio Martina, il quale però assume una posizione più morbida e attenderà il primo giro di consultazioni prima di iniziare a fare qualche passo nella discesa dall’Aventino. Tuttavia risponde a Di Maio con un tweet: «Noi non ci prestiamo a questi giochetti, chi tenta di dividere il PD non ci riuscirà».

L’intesa con la Lega

Il secondo interlocutore, invece, ma qui è pura necessità, è la Lega di Matteo Salvini, ritenuto dal leader grillino «una persona che ha mantenuto la parola». Conditio sine qua non lo sganciamento del Carroccio dalla coalizione, perché Berlusconi è una figura indigeribile sia allo stato maggiore che all’elettorato pentastellato. Le insidie sono di due ordini: in primo luogo Salvini dovrebbe abbandonare la coalizione di cui è leader, rischiando di perdere la legittimità dell’operazione di conquista del centrodestra. In più lo farebbe per diventare subalterno a Di Maio in un governo a trazione cinquestelle. Questo scenario piacerebbe al renzianissimo capogruppo Dem al Senato Andrea Marcucci, che il 30 marzo su Facebook aveva scritto «Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio – Salvini». Meno al leghista Giorgetti, che stamattina ai microfoni di Circo Massimo ha dichiarato «Nessuno ha la maggioranza per fare il governo e porre condizioni a destra e a manca è un modo sbagliato di partire, legato alle poltrone. È come se noi ponessimo come pregiudiziale Salvini premier. Prima di mettere veti vorremmo parlare con gli altri e vedere cosa si può fare per questo Paese». Dai forzisti partono accuse: Tajani definisce antidemocratica l’imposizione di Di Maio, mentre Anna Maria Bernini dichiara «Non accetteremo veti o preclusioni».

Due strade difficili

Il sentiero è tortuoso in ambedue i casi e l’empasse potrebbe sbloccarsi soltanto attraverso l’esclusione di uno tra PD e Lega, ma con costi immani. Analizzando

  • Un’alleanza tra M5S e Partito Democratico (più LeU) rinforzerebbe Salvini, che completerebbe l’acquisizione del centrodestra o, da non sottostimare, riporterebbe in auge Silvio Berlusconi.
  • L’alleanza M5S – Lega sarebbe dannosa per Luigi Di Maio, che ha investito molto per rendersi appetibile a istituzioni e finanziatori. Presentarsi con Matteo Salvini a Bruxelles gli farebbe perdere credibilità.

Da mettere in conto anche la competizione interna dovuta alla condivisione di parte di elettorato con l’alleato, che finirebbe per sfiancare l’esecutivo. Ma c’è di più. Il ritorno in agenda del taglio ai costi della politica diventerebbe un’arma di consenso del Movimento in caso di nuove elezioni a stretto giro.

Il ritorno alle urne è l’ultima opzione sul tavolo del Presidente della Repubblica. Oggi sono iniziate le consultazioni: sono saliti al Quirinale i presidenti delle due Camere, il Presidente emerito Napolitano, i gruppi misti e Fratelli d’Italia. Domani, nell’ordine, Partito Democratico, Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle. Si prevedono tempi lunghi.