Dopo un lungo tira e molla tra le due parti, YouTube ha accettato di pagare 24,5 milioni di dollari -circa ventuno milioni di euro- a Donald Trump, per per chiudere la causa intentata dal presidente contro la società. Tutto era iniziato il 6 gennaio 2021, dopo l’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori del tycoon, che non accettavano la sua sconfitta alle elezioni del 2020 contro Joe Biden. Dato il suo atteggiamento incendiario nei confronti dei manifestanti, l’azienda aveva sospeso il canale del candidato repubblicano. Nel 2023 i vertici avevano riattivato il suo account, ma Trump aveva denunciato la piattaforma, sostenendo di essere stato vittima di una censura ingiusta
La transazione prevede che ventidue milioni di dollari vadano al Trust for the National Mall e alla costruzione di una nuova sala da ballo alla Casa Bianca, mentre i restanti 2,5 milioni andranno ad altri querelanti, tra i quali la scrittrice Naomi Wolf e l’American Conservative Union. Alphabet, la holding che controlla Google e che possiede anche YouTube, ha specificato che l’intesa non sia in alcun modo un’ammissione di colpa.
Non solo YouTube: le cause avviate da Donald Trump gli stanno fruttando milioni di dollari
L’accordo va ad inserirsi in un contesto più ampio di azioni legali mosse -in modo quasi seriale- da Donald Trump contro media statunitensi a lui ostili e big tech. All’inizio del 2025, anche Meta e X hanno scelto di raggiungere un compromesso economico con il presidente, per evitare un processo. Paramount e ABC, invece, hanno dovuto pagare più di trenta milioni di dollari per concludere le rispettive questioni legali.
Nel frattempo, Trump ha intentato una causa da quindici miliardi di dollari contro il New York Times. Il presidente ha accusato la testata di diffamazione e di «essere la cassa di risonanza del Partito Democratico radicale». Alcuni senatori democratici, tra cui Elizabeth Warren, hanno espresso preoccupazioni sul fatto che simili accordi possano configurarsi come parte di uno “scambio di favori” volto a ridurre i rischi legali delle big tech in altri ambiti, come concorrenza e tutela dei consumatori.
Federica Checchia





