A gennaio il governo delle isole Fiji ha dichiarato ufficialmente un’epidemia di HIV, che ancora non sembra essere stata domata. Dieci anni fa l’arcipelago del Pacifico meridionale contava meno di cinquecento sieropositivi; nel 2024 i casi sono stati quasi seimila. L’aumento esponenziale è dovuto in parte ai crescenti controlli, che hanno individuato un numero maggiore di persone malate, e in parte a pratiche che favoriscono la diffusione del virus, come la condivisione di siringhe tra tossicodipendenti.
Stando ai dati raccolti da UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di contrastare l’HIV, lo scorso anno solo il 24% dei sieropositivi stava già ricevendo il trattamento antiretrovirale, che rallenta la replicazione del virus, impedisce il contagio e riduce il rischio di sviluppare l’AIDS. La maggior parte delle persone coinvolte, invece, non era a conoscenza della propria condizione.
La principale causa dell’epidemia di HIV nelle Fiji è il “bluetoothing”
Tra i fattori di diffusione dell’HIV c’è la difficoltà di trovare siringhe sterilizzate, acquistabili in farmacia solo con ricetta medica e dal prezzo piuttosto elebato. La causa principale, tuttavia, è la tecnica del “bluetoothing”: ci si inietta la sostanza in vena e poi si preleva subito il sangue per trasfonderlo in un altro braccio, in modo da condividere la dose e la siringa, per risparmiare.
A gennaio, il governo ha approvato un programma di prevenzione, che preve misure come la distribuzione di kit sicuri per l’uso di sostanze, oltre alla distribuzione di preservativi e alla somministrazione gratuita della PrEP, la profilassi per le persone sane che protegge dal virus.
Federica Checchia





