Nella ormai fiorente storia registica e cinematografica di Luca Guadagnino, quello dell’amore e del triangolo morboso e ossessivo – a volte sfociato nel vero e proprio cannibalismo – è un tema quanto mai ricorrente. Neanche la sua ultima pellicola, After The Hunt con Julia Roberts ed Andrew Garfield, riesce a sfuggire a questa dinamica. Anche se con le sue dovute ed evidenti differenze. After The Hunt non è un film semplice, né nella sua struttura, né da digerire. Anzi, è un film, proprio come i triangoli di Guadagino, decisamente spigoloso. E, esattamente come ha dichiarato lui a Venezia, vorremmo anche noi essere delle mosche per ascoltare le discussioni all’uscita di una sala in cui è stato appena proiettato. Non un film semplice nella misura in cui affronta un tema attualissimo sotto una luce ed un punto di vista diverso, sia negli intenti che in senso meramente registico. After The Hunt non è un Film che funziona in tutto e per tutto ma una cosa è certa, la mano di Guadagnino è sempre più importante.
Nell’era del Me Too, della consapevolezza e dello scontro generazionale sarebbe facile girare un film che si assopisce e appiattisce nel marasma discorsivo di un movimento sociale in ebollizione, aggiungendo solamente benzina su un fuoco che già arde prepotentemente. Un’operazione alla Familia di Costabile, per intenderci – un film che fa indignare fatto per chi è già indignato. Ma Guadagnino, girando da una sceneggiatura di Noa Garrett decide di prendere una strada non battuta. E allora all’incrociarsi di due diversi triangoli affettivi e morbosi, Guadagnino sceglie accuratamente cosa mostrarci del movimento Me Too, delle sue problematiche e di come le generazione siano sempre più distanti. Un film tutt’altro che perfetto ma che ha un grande pregio: fa stare scomodi e fa mettere in discussione ogni sicurezza.
After The Hunt: la mano di Guadagnino

Alma (Julia Roberts) ed Henrik (Andrew Garfield) sono due professori universitari e amici intimi, in lotta silenziosa per la stessa cattedra. Il loro è un rapporto molto intimo, nonostante Alma sia sposata con Frederik, uno psicologo che ascolta tutto e tutti: pazienti, amici e moglie. Maggie è una dottoranda di buona – buonissima – famiglia, assistente di Alma, ossessionata dalla figura della professoressa a cui sembra tendere in ogni aspetto della sua vita: dal vestire fino al modo di porsi con gli altri. Un rapporto praticamente morboso. Dopo una festa in casa di Alma, Maggie, che aveva portato a casa Henrik per un ultimo bicchiere – senza un secondo fine, è dichiaratamente lesbica – accusa il professore di averla molestata. Alma si ritrova al centro del conflitto. Deve credere alle parole di una dottoranda perché si crede sempre alla vittima – accusata dallo stesso Henrik di aver plagiato la tesi a cui lavora da cinque anni – oppure credere alle parole di un’amico che nega tutto? Alma si ritrova ad essere uno degli angoli di uno dei triangoli tipicamente Guadagniniani: questa volta un trittico fatto di accuse e molestie.
Guadagnino, in una storia che ha due possibili punti di vista, sceglie il terzo, quello di Alma, fredda calcolatrice e professoressa universitaria che avrebbe tutto da guadagnare da uno scandalo di questa portata. Il regista Italiano non ci mette nelle condizioni di parteggiare per qualcuno ma, anzi, sceglie un punto di vista esterno, un punto di vista che non ha visto e non sa quale sia la verità per istillare in noi, come accade ad Alma, il dubbio su quale sia la verità e se essa conti veramente qualcosa. Si mette in discussione non solo la verità come concetto di giustizia e rettitudine morale, ma il suo stesso fondamento: quanto conta la verità stessa e quali forme può assumere? Guadagino ci pone quindi in una posizione privilegiata di spettatori attivi e passivi allo stesso tempo: attivi perché parteggiamo, discutiamo ci indigniamo e ci muoviamo alla ricerca di qualcosa che neanche noi sappiamo veramente cosa sia. E sono gli stessi personaggi ad interrogarci. Guadagnino, regista che ad ogni pellicola sembra trovare sempre una nuova maturità, utilizza la stessa forma cinematografica come veicolo per rendere noi pubblico vittima e carnefice, partecipanti e spettatori di una battaglia, di una caccia che non si ferma al fatto ma diventa caso. Il regista di Queer trova nuovi modi per mettere in scena il classico campo-controcampo e il dialogo tra personaggi. Lo sguardo in macchina, con cui veniamo investiti durante una discussione tra due personaggi, ci fa sentire di troppo, parte stessa della discussione, ci interroga e ci chiede la nostra opinione. Allo stesso tempo, la camera posizionata in modo sghembo, in alto o in basso durante un campo controcampo, ci pone in modo passivo e voyeuristico all’interno delle discussione, creando uno squilibrio tipico di un cinema post-moderno in cui Guadagnino si inserisce a gamba tesa alla ricerca di nuove forme per mettere in scena un dialogo.
Spigoli
Ma non è tutto oro ciò che luccica. All’interno della patina borghesuccia tanto cara a Guadagnino e gli evidenti meriti registici, la sceneggiatura di Nora Garrett scricchiola e non poco. Oltre ad un minutaggio forse troppo protratto nel tempo, lo sviluppo di After The Hunt è decisamente claudicante. La patina borghese si sviluppa già dalla scrittura, in cui i discorsi filosofici e filosofeggianti investono lo spettatore con parole e frasi, poi nella forma e nella sostanza, vuote. Contenitori più che contenuti, utili solo alla confusione e ad una sorta di masturbazione intellettuale che tanti cinefili apprezzeranno ma che rende tutto sterile. La capicità di ribaltare le aspettative del pubblico è inversamente proporzionale alla necessità di ammorbarlo con dialoghi quasi – se non del tutto – inutili e morbosi. Lo sviluppo diventa così claudicante, spigoloso e che arranca sulle salite e scende in folle e senza freni nelle discese. Una sceneggiatura più asciutta e meno pretenziosa avrebbe aiutato a costruire un film decisamente più grande. Perché After The Hunt ha l’odore dell’occasione colta a metà. Se la capacità di creare discussione è centrata in pieno – non è un film facile per nessuno, specialmente per chi crede di avere una mente aperta e progressista – il modo in cui si arriva a questa discussione finisce per coprire un grande lavoro di un grande regista e di un grande cast.
Alessandro Libianchi





