The Spirit of the Samurai si presenta come un Action Adventure a scorrimento 2D, che promette di fondere elementi soulslike e Metroidvania in un’atmosfera dark fantasy giapponese. Sviluppato da Digital Mind Games, un team che ha chiaramente investito gran parte delle sue risorse nella direzione artistica, il gioco segue la storia di Takeshi, un samurai dell’epoca Edo, e del suo fedele gatto guerriero Chisai, in lotta contro orde di Oni e non morti.

L’Omaggio alla Stop-Motion: Un Trionfo Estetico
Il tratto distintivo che ha catturato l’attenzione di critica e pubblico è lo stile grafico in stop-motion. Questa scelta non convenzionale conferisce al titolo un look quasi da film d’animazione in miniatura, un omaggio esplicito al maestro degli effetti speciali Ray Harryhausen. I personaggi, in particolare i terrificanti Yokai (creature del folklore giapponese), si animano con una precisione che accentua il loro carattere spaventoso, creando un’atmosfera cupa, ma di una bellezza viscerale.
Ludicamente, il gioco attinge a Onimusha per le atmosfere e a Limbo per l’uso suggestivo di silenzi e luci nel lato 2D. La narrazione è gestita con grande cura, arricchita da un doppiaggio autentico, e ruota attorno al tema dell’onore, della lotta eterna tra bene e male e della difesa del villaggio dall’armata dell’Oni Shutendoji.

Le Promesse del Metroidvania Infrante
La delusione arriva quando si analizzano le promesse di gameplay. Nonostante gli elementi Metroidvania e soulslike siano promossi, l’esecuzione è debole. Il gioco è essenzialmente un prodotto quasi completamente lineare. L’esplorazione è ridotta al minimo e il level design, pur vantando ambientazioni suggestive, manca di creatività e interconnessione che ci si aspetterebbe dal genere.
Il Sistema di Combattimento è (quasi) Soulslike. Si basa infatti su, e richiede, una gestione attenta della stamina per combo e parry. L’idea è intrigante, ispirata a sistemi come quelli di For Honor e Absolver, dove il giocatore può sbloccare e personalizzare sequenze di attacchi in base a statistiche come Forza e Destrezza. Tuttavia, l’abilità richiesta per il concatenamento delle mosse è spesso ostacolata da una sensazione di legnosità e da una reattività nemica a tratti incoerente. Ne risulta un sistema che, pur avendo spunti validi, non regge il confronto con la fluidità dei veri soulslike.

L’Alternanza Forzata e l’Uso dei Companion
Per spezzare la monotonia del combat principale, il gioco introduce l’alternanza tra i tre personaggi giocabili:
- Takeshi (Samurai): Il core dell’azione e del combattimento diretto.
- Chisai (Gatto Guerriero): Utilizzato per sezioni stealth obbligatorie o per accedere a passaggi stretti. Purtroppo, queste sezioni sono spesso gestite con meccaniche punitive e trial-and-error, con la scoperta da parte dei nemici che si traduce in morte istantanea.
- Kodama (Spirito della Foresta): Uno spirito che funziona come alternativa all’uso di pozioni, permettendo la cura a scapito di energia.
Questa alternanza forzata e la sensazione che gli sviluppatori abbiano messo troppa carne al fuoco senza perfezionare ogni elemento, finisce per diluire l’esperienza. A ciò si aggiunge che le Boss Fight, pur presentando un design dei nemici fenomenale, risultano spesso deludenti e poco memorabili.
In conclusione, più da “vedere” che altro
In sintesi, The Spirit of the Samurai è un’opera visivamente sbalorditiva, una vera gioia per gli occhi e le orecchie, che sotto forma di film sarebbe stato davvero eccellente. Tuttavia, come videogioco, sacrifica un po’ troppo la profondità del gameplay e le promesse di Metroidvania sull’altare di una vibe estetica forte, lasciando l’amaro in bocca a chi cerca un’esperienza ludica all’altezza della sua messa in scena.





