Sono trascorsi ben 50 anni da quel 19 novembre del 1975, giorno in cui veniva presentato a New York One Flew Over the Cuckoo’s Nest di Miloš Forman. Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film difficile da dimenticare. Il personaggio protagonista, Randle Patrick McMurphy, interpretato da un magistrale Jack Nicholson, resta scolpito nell’immaginario collettivo, come un uomo che anela la vita e porta luce in un sistema sbagliato. Un sistema in cui la prepotenza e l’abuso di potere sono in grado di mortificare lo spirito, vivo e sognante, dei pazienti di un controverso istituto psichiatrico a Salem. La pellicola di Forman ci fa riflettere, ancora oggi, sul tema della salute mentale, e sugli errori delle cure ospedaliere, a volte superficiali, ancor più spesso, deleterie.

Un film sulla follia: quella delle istituzioni psichiatriche

Qualcuno volò sul nido del cuculo mette d’accordo chiunque. Un film sapientemente orchestrato dal regista Miloš Forman, capace di dirigere un cast sorprendente, comprensivo di reali pazienti psichiatrici sullo sfondo. La pellicola, dalle immagini rarefatte e analitiche, scolpisce una discrasia di fondo, non quella tra la normalità di Randle e la “follia” dei pazienti, bensì tra la rassegnazione tragica di questi ultimi e la furbizia accesa di Jack Nicholson. Il protagonista infatti, accusato di gravi reati, ha finto un’ infermità mentale per evitare i lavori forzati e viene per questo rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Sotto l’intransigente e spietata infermiera Ratched (Louise Fletcher), inizia la disobbedienza di Randle, prima cercando di infrangere le regole quotidiane e poi tentando la fuga disperata.

Nel cast troviamo attori di enorme bravura come Danny DeVito, Sidney Lassick e William Redfield. Quest’ultimo, il corpulento pellerossa, sarà un personaggio chiave per la maturazione di Randle e la consapevolezza di quanto avviene in reparto. I pazienti si avvicinano a Nicholson prima con fascino contemplativo e poi con affiatata complicità. Randle entra sempre più in sintonia con il gruppo e per questo si dimostra intenzionato a fare qualcosa, cercando di regalare loro attimi di normalità, in un contesto tanto autoritario e repressivo. E’ sempre più evidente quanto il metodo infermieristico infatti sia deleterio per la loro terapia. Alla fine tutto è più chiaro: la follia sta negli occhi dei medici, in chi reprime coattamente il guizzo di persone curiose e sensibili, ancora capaci di guardare fuori con la voglia di inseguire i colori.

Dalla penna intelligente di Ken Kesey

“Uno volò ad est, uno volò ad ovest e uno volò sul nido del cuculo”. Questa filastrocca compare nel romanzo dello scrittore americano Ken Kesey, da cui è tratto il film. Il cuculo è quindi il folle, colui che sceglie un percorso diverso, e dorme in un nido introvabile. All’emarginazione sociale a cui il folle è relegato questo film vuole rispondere, con una lente vicinissima ai soggetti in questione. Questa storia, che è ancora capace di affascinare dopo 50 anni, inizia però ben prima del 1975. Viene infatti alla luce tra le pagine di Ken Kesey, scrittore statunitense, dalla passione per la magia, il wrestling e il giornalismo. Personalità tanto vivace quanto meticolosa, attenta alla vita di chi gli sta attorno. Siamo negli Anni ’50 quando Kesey viene fatto, a sua insaputa dalla Cia, cavia medica di droghe allucinogene. Questa esperienza, insieme al lavoro svolto come guardia di notte presso un ospedale psichiatrico, sarà l’ispirazione per Qualcuno volò sul nido del cuculo. Il contatto diretto con i pazienti spingerà Kesey a raccontare la storia di Randle, confessando, attraverso il suo personaggio, la più tremenda delle verità: i pazienti non sono “pazzi” come si crede e quello che viene fatto loro è inenarrabile.

50 anni di un film pluripremiato

Un vento di necessaria anarchia soffia nell’aria a cavallo tra gli Anni ’50 e gli Anni ’60. Difatti l’opera scritta da Ken Kensey, pubblicata sotto la guida di Cowley nel 1962, riceve sin da subito un successo straordinario; nel 1963 viene adattato prima in un’opera teatrale di successo diretta Dale Wasserman e nel ’75 poi subentra l’occhio di Miloš Forman che ne dirige l’omonimo film. La pellicola fa jackpot di premi agli Oscar del 1976: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attrice Protagonista, Miglior Sceneggiatura. È successo solo tre volte nella storia del cinema che tutte e cinque le categorie fossero vinte dallo stesso film in gara. Era successo solo nel 1934 con Accadde una notte e di nuovo nel 1991, con Il silenzio degli innocenti. 

Dalle riforme sociali degli anni ’50 al mondo contemporaneo

Il film mette sul tavolo un tema bruciante per gli anni del dopoguerra: quello della salute mentale. Un tema delicato, che necessita, ancor prima che di riforme mediche, di un cambio di prospettiva. Un occhio acuto sul paziente e sul concetto obsoleto di “follia“. L’osservazione intelligente del paziente non costituisce purtroppo una priorità, lungo tutto il corso degli Anni ’30 e ’40, generando trattamenti inaccettabili nei grandi manicomi dell’epoca. Ricordiamo che ad influire sulle condizioni di degrado c’era anche il crollo economico post-seconda guerra mondiale: grande sovraffollamento da una parte e abiezione igienico-sanitaria dall’altra. Il romanzo di Kesey apre tuttavia la finestra su un mondo nuovo, che parla la lingua della rivoluzione, quella nata tra la fine degli Anni ’50 e la vigilia dei movimenti sessantottini. Una delle riforme sociali nell’interesse dei giovani anarchici è proprio quello sulla salute mentale. Il movimento per la deistituzionalizzazione comincia finalmente a svilupparsi in diversi paesi occidentali.

il film di Forman raccoglie le spoglie di una guerra etica di enorme impatto sociale. Il “movimento per i diritti delle persone affette da disabilità” e le associazioni antipsichiatriche contribuiscono ad esporre agli occhi di tutti le condizioni deprecabili degli istituti psichiatrici. La sociologia Anni ’70 dimostra come tali istituzioni mantengano o addirittura creino dipendenza, passività, esclusione e disabilità, provocando in tal modo la “sindrome da istituzionalizzazione” nei pazienti ricoverati. L’attivismo ha cominciato a dare i suoi risultati e il cinema, baluardo del percorso umanitario, ha accolto la sfida di raccontarlo. Si staglia sullo sfondo di questo preciso contesto storico il romanzo di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Ed è proprio per questo che il film di Forman non può, e non deve, perdersi nelle pieghe del tempo. Il suo grido anarchico taglia con precisione chirurgica tutti i preconcetti borghesi di cui l’uomo possa ancora avvalersi.

Un bene inestirpabile: il diritto alla vita

Non siete tanto più pazzi della media della gente che si vede in giro“ dice Randle, in una sequenza del film, parlando ai compagni di reparto. Con il suo inconfondibile ghigno, capace come sempre di bucare lo schermo, Jack Nicholson si fa manifesto vivente della disubbidienza. Il suo capo inclinato sul mondo mette in ridicolo chiunque creda di sapere, giudicare o addirittura curare, e così a lui si aggrappano, in definitiva, le energie vitali dei movimenti anarchici di ogni tempo. Lo fa senza presunzione, con estrema semplicità estetica, senza capi d’abbigliamento particolari, senza bandiere, né stemmi. McMurphy è la voce di un diavolo che, bloccato nel limbo della giustizia, sfida i potenti, senza più nulla da perdere. Dall’alto del suo cinismo irrisorio, riesce a generare un cambiamento: guardare la televisione senza che sia accesa, uscire a vedere il mare senza permesso, vivere la normalità senza il bisogno di chiederla.

Introdurre un personaggio come Randle significa lanciare una variabile nel sistema cristallizzato del vecchio mondo. Un’operazione intelligente che riesce nel suo intento ancora oggi, dopo 50 anni. Senza alcun fanatismo di parte, ma attraverso l’osservazione e la conoscenza della condizione umana è davvero possibile cambiare le cose. Qualcuno volò sul nido del cuculo, è un monito alla vita, nonostante tutto. Cosa può salvare dalla follia normativa delle istituzioni? Avere come obiettivo la finestra, e questo Randle lo insegna agli altri. Puntare alla vita fuori, anche se non si hanno le forze, anche se si finisse addormentati proprio sotto di essa. Il film di Forman non è altro che questo: un manifesto immortale sui diritti dell’uomo. Il cinema, come la poesia, conferma il suo potere magico, avere lo stelo forte della ginestra, che si erge imperterrita, sopra la lava del mondo.

Doriana Gatta