L’Italia continua a restare indietro quando si parla di equilibrio tra vita privata e lavoro. Secondo l’ultimo European Life-Work Balance Index, realizzato da Remote, piattaforma specializzata in analisi sul capitale umano a livello globale, il nostro Paese si colloca al ventiseiesimo posto nella classifica europea, immediatamente dopo la Grecia e appena prima della Svizzera.
Come funziona l’indice sul work-life balance
Lo studio prende in esame 42 Paesi del continente e misura la qualità delle condizioni lavorative attraverso una combinazione di fattori che vanno dal numero di giorni di ferie alla durata dei congedi, dagli orari medi di lavoro alla retribuzione in caso di malattia, fino all’accesso all’assistenza sanitaria, alla presenza di un salario minimo e ai livelli di inclusività LGBTQ+ percepiti dai lavoratori. Da questi dati viene calcolato un punteggio complessivo su 100, utile a restituire una fotografia comparata delle diverse realtà europee.
I Paesi con il miglior equilibrio vita-lavoro
In cima alla classifica si conferma l’Irlanda, che con un indice di 82,9 punti distanzia nettamente tutti gli altri Paesi. Il risultato è il frutto di un sistema di tutele particolarmente solido, soprattutto sul fronte delle ferie e dei congedi di maternità, che risultano tra i più generosi d’Europa. Anche l’indice di felicità nazionale contribuisce positivamente, pur non essendo il più elevato in assoluto.
Subito dietro si posiziona l’Islanda, che sfiora i 78 punti e si distingue per un sistema sanitario universale finanziato dallo Stato e per uno dei più alti livelli di inclusività LGBTQ+ del continente. Il Paese scandinavo eccelle anche nella tutela della genitorialità, con congedi di maternità particolarmente lunghi e ben retribuiti, elementi che incidono in modo significativo sul punteggio complessivo.
Al terzo posto compare il Belgio, che raggiunge un indice di 76,4 punti grazie a una combinazione di ferie annuali elevate e a un salario minimo tra i più alti in Europa. Si tratta di una novità rispetto allo scorso anno, quando sul podio figurava la Danimarca. Il Paese nordico mantiene comunque un buon posizionamento, sostenuto soprattutto da un indice di felicità molto alto e da livelli di inclusività superiori alla media europea.
L’Italia sempre più in difficoltà
Nel confronto con queste realtà, l’Italia appare in evidente difficoltà. Il ventiseiesimo posto è il risultato di criticità strutturali che da tempo caratterizzano il mercato del lavoro italiano. In particolare, pesa l’assenza di un salario minimo nazionale, una condizione che accomuna il nostro Paese a pochissime altre economie europee. Questo elemento incide direttamente sulla percezione di sicurezza economica dei lavoratori e sul punteggio finale dell’indice.
A ciò si aggiunge un livello di inclusività LGBTQ+ relativamente basso, che colloca l’Italia nelle retrovie anche sotto il profilo del benessere e dell’accettazione sul luogo di lavoro. Un dato che contribuisce a spiegare perché, nonostante alcune tutele formali, il Paese fatichi a migliorare il proprio posizionamento complessivo.
Rispetto al 2024, inoltre, l’Italia registra un lieve peggioramento, perdendo due posizioni nella graduatoria. Un segnale che conferma come il divario con i Paesi europei più avanzati sul fronte del work-life balance resti ampio e, almeno per ora, difficile da colmare.
I dati restituiscono quindi l’immagine di un Paese che continua a scontare ritardi strutturali e culturali in materia di benessere lavorativo. Un tema che, alla luce delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, appare sempre più centrale nel dibattito economico e sociale europeo.





