Immaginatevi in una fase contemplativa della vostra libreria: ammirate l’ordine e la rarità dei vostri reperti, fin quando non vi imbattete in un libro accantonato e mai letto. Uno di quelli che, così vi è stato detto, “bisogna leggerli almeno una volta nella vita”. Presi da quella curiosità improvvisa iniziate la lettura, rendendovi conto che ciò che state leggendo è uno specchio accurato della realtà moderna. Per curiosità sbirciate l’anno di pubblicazione: 1959. Ben sessantasette anni fa. È lì che vi rendete conto dell’immortalità della scrittura e di come questa riesca a rimanere immutata nel tempo. Per molti lettori Fiori per Algernon rappresenta proprio questo: il deterioramento della mente e l’immortalità della parola scritta.

Come la scrittura ha reso Charlie Gordon immortale

Il romanzo di Keyes rappresenta nella sua totalità l’antico proverbio latino “verba volant, scripta manent” per due ragioni differenti: l’attualità dei temi trattati e la parola scritta come unico lascito del protagonista. Attraverso il romanzo, l’autore è riuscito a mostrare quanto sia sottile e labile il confine tra ciò che eravamo e ciò che siamo e saremo. Lo stesso Charlie Gordon, il protagonista del racconto, si trova costretto a scrivere rapporti sui progressi affinché i medici possano documentare il suo livello di disabilità cognitiva. Scrittura confusa, errori grammaticali grossolani e difficoltà a esprimere concetti o emozioni semplici. Un ritratto che non ci viene raccontato, bensì mostrato pagina dopo pagina. È attraverso le sue stesse parole che il lettore inizia a vedere il mondo non più attraverso una propria proiezione, ma attraverso gli occhi di Charlie.

In tutte le prime pagine che compongono il romanzo, possiamo assistere nel modo più pratico alla semplicità della sua mente. Nessuna riflessione o pensiero elaborato. È spinto da un desiderio umano primordiale: essere amato. Eppure, anche nella sua ingenuità comprende che l’intelligenza potrebbe renderlo simpatico agli occhi degli altri. Non per sé, ma per gli altri. Questo lo ha indotto a sottoporsi a un intervento sperimentale per accrescere le proprie facoltà intellettive. Noi, spettatori attivi della sua vita, vediamo l’ascesa di Charlie e il declino di Algernon, il topolino da laboratorio che ha subito la stessa operazione. Keyes è riuscito a mostrare indirettamente quale sarebbe stato il destino del nostro protagonista, senza dircelo direttamente. Il lettore sa, Charlie sa ed entrambi restano in attesa.

Il terrore della consapevolezza residua di ciò che sta per svanire

Il Charlie che abbiamo conosciuto all’inizio esiste solo attraverso il rapporto sui progressi, altrimenti di lui non vi sarebbe più traccia. L’intervento sperimentale è riuscito, il protagonista ha ottenuto ciò che desiderava di più: un’intelligenza senza compromessi e ben superiore alla media. Tuttavia, affronterà una realtà inaspettata: “Ho imparato che la sola intelligenza non significa un corno di niente. […] L’intelligenza e l’educazione che non siano temperate dall’affetto umano non valgono nulla”. La scrittura sui progressi, ormai, non ha solo la funzione di strumento di documentazione. Rappresenta anche l’unico lascito di una promessa ben più grande. Comprende che lo sviluppo del suo intelletto lo rende cinico e solo, senza “alcun vero amico”. Eppure, attraverso le sue stesse parole ricorda il Charlie che è stato e che sa che ritornerà. “Ho paura. Non della vita o della morte o del nulla, ma di sprecare la vita come se non fossi mai esistito.”
Il reale dramma di Charlie non risiede nella perdita della conoscenza, ma nella consapevolezza residua di ciò che sta per svanire.

Attraverso l’eredità del protagonista assistiamo al suo rapido declino. La sperimentazione è fallita, “l’intelligenza indotta artificialmente si deteriora con una rapidità direttamente proporzionale alla quantità dell’accrescimento”. La scrittura, pagina dopo pagina, ritorna come la ricordiamo: confusa e con errori grammaticali che popolano di nuovo le pagine, rendendo la lettura quasi incomprensibile. I suoi ricordi sono svaniti, le sue abilità e la sua intelligenza vivono solo attraverso i suoi progressi incisi nero su bianco. Non comprende più come, ma sa di aver fatto qualcosa di importante. La sua mente si deteriora con una rapidità spaventosa, ma ci è stato permesso di assistere all’ultimo atto di resistenza della sua memoria. Al termine del suo ultimo rapporto chiede di lasciare sulla tomba di Algernon, morto a causa della sperimentazione, qualche fiore.
Vediamo Charlie Gordon sparire nel buio della sua mente, ma il suo grido rimane impresso su carta. È in questo momento che il lettore viene posto davanti alla potenza della scrittura: non serve solo a documentare i rapporti, ma a salvare l’anima dall’oblio.

La scrittura, di per sé immortale, assume forma attraverso il lettore

Keyes, attraverso la sua stessa mano, ha inciso un segno indelebile che nessuno potrà sottrargli. Ha voluto, però, che lo stesso destino toccasse anche al protagonista del suo romanzo, rendendolo immortale. In quell’ultima, innocente e disperata richiesta di fiori, Charlie affida la sua dignità a chiunque si imbatterà nei suoi fogli. Anche se lui è tornato nel buio, noi possiamo riaprire il libro e ritrovarlo nel momento di massima genialità. La scrittura, di per sé immortale, assume consistenza solo quando viene letta. Siamo noi lettori, perfetti sconosciuti, i custodi della sua identità. Finché lo leggeremo, lui sarà esistito. Keyes è morto nel 2014, ma i sentimenti di Charlie sono ancora qui, intatti e capaci di farci commuovere.

Stefania Cirillo