Cosa differenzia il conforto dalla prigione? Potrebbe apparire come una domanda semplice, se letta in generale. Eppure, quando si tratta di non voler abbandonare la memoria di un defunto, la questione diventa complessa. Lo sviluppo tecnologico non ha solo permesso la creazione della Physical AI, ma ha offerto un accesso diretto al mondo ultraterreno. Attraverso video, audio e immagini, l’intelligenza artificiale è in grado di assottigliare il confine tra la vita e la morte, rendendo i nostri cari eterni. La Digital Resurrection (resurrezione digitale) crea un’ombra “permanente” che rende estremamente complesso riuscire a dire addio. Quindi, esiste un’effettiva differenza, oppure i due elementi si uniscono irrimediabilmente?
Il confine tra il nostro bisogno e il diritto del defunto
La morte è un evento imprescindibile che colpisce chiunque. Tuttavia, non è solo l’evento tragico a spingere le persone a desiderare un ponte, anche se generato artificialmente. È il silenzio del “dopo”, l’assenza e il dolore. Sentimenti e percezioni che toccano chi è costretto a dover affrontare il lutto. È la ricerca di una soluzione che possa lenire questo distacco eterno a spingerci verso la Digital Resurrection. Un ponte generato artificialmente, specie nel pieno di una sofferenza così intensa, appare preferibile all’abisso del nulla. Vi è, però, il rischio di atrofizzare la nostra capacità di affrontare la perdita. Il tempo ovviamente non cancella il dolore, può solo renderlo sopportabile. Ma se, invece di affrontarlo, sostituissimo la mancanza con un software, cosa potrebbe rimanere di noi?
Il quesito che ci pone davanti a un bivio, trova ulteriori complicazioni. Difatti, la nostra percezione vacilla insieme alla nostra stessa morale. Uno studio pubblicato dall’editore scientifico De Gruyter Brill ha analizzato il conflitto tra il desiderio dei familiari di lenire il dolore e il diritto del defunto di controllare la propria immagine e dignità anche dopo la morte. Gli studiosi hanno condotto la ricerca su 518 residenti degli Stati Uniti. Di questi, il 58% si è confermato favorevole in caso di consenso da parte del defunto. Il valore si è abbassato al 3% quando è venuta meno l’accettazione. In aggiunta, su 512 persone il 59% si è mostrato contrario a essere resuscitato. Quindi, quale potrebbe essere la soluzione a questa domanda di natura morale? Gli studiosi virano sulla proposta Opt-In: il silenzio deve rimanere la regola predefinita, rendendo la resurrezione possibile solo attraverso un consenso esplicito lasciato in eredità.
Il diritto di poter dire “addio”
Quando si tratta di non voler abbandonare la memoria di un defunto, la differenza tra consolazione e prigione svanisce. Il rischio è di rimanere intrappolati in quell’apparente limbo di sollievo, convinti che il conforto sia reale e, soprattutto, giusto. Eppure, è proprio il dolore a renderci umani. Il lutto, per quanto possa essere invalidante, fa parte della vita. Aggrapparci a un ricordo fittizio generato dall’intelligenza artificiale può renderci emotivamente piatti. La vera dignità umana, nostra e del defunto, sta nell’accettare che tutto ha una fine.
Stefania Cirillo





