Abbiamo osservato ogni episodio di Black Mirror con un velo di angoscia, rassicurandoci con un pensiero comune: “La realtà non raggiungerà questi livelli”. Oggi, quel confine tra l’improbabile e l’impossibile è ufficialmente crollato. Se nel 2026 discutiamo di diritto all’oblio, non lo facciamo per il puro piacere della scoperta. Siamo tenuti a farlo perché la tecnologia sta riscrivendo i limiti della nostra privacy. Il rischio non riguarda solo la vendita dei nostri dati personali, ma anche una delle nostre capacità biologiche più preziose: quella di dimenticare (ed essere dimenticati).
Una tutela per la “privacy mentale”
Fino a pochi anni fa, la nostra principale linea di difesa era il GDPR (General Data Protection Regulation). L’articolo 17 del Regolamento europeo ci ha garantito il diritto di chiedere la cancellazione dei nostri dati, consentendoci di ripulire l’immagine pubblica con un solo clic. Tuttavia, oggi questa protezione appare inadatta a contenere nuovi, invadenti strumenti di raccolta. Il diritto all’oblio, oggi, appare un tema cruciale a causa della conservazione e l’amplificazione dei dati personali raggiunti recentemente. Il problema non è più solo informativo, è neurale. La tecnologia moderna non archivia solo i nostri nomi, ma impara a mappare le nostre reazioni inconsce. Come avverte la Neurorights Foundation, senza una protezione per una “privacy mentale” vi è rischio di smarrire il controllo del nostro io più profondo, lasciando che i nostri dati neurali restino fossilizzati in database pronti per essere sezionati dall’intelligenza artificiale.
In che modo vengono raccolti i dati neurali?
La raccolta dei dati neurali potrebbe apparire come una distopia, eppure è la realtà. I dispositivi che si occupano di leggere l’attività elettrica del nostro cervello sono numerosi. Che ci serva per la meditazione o per migliorare la qualità del sonno, se i Wearables (dispositivi indossabili) possiedono sensori EEG l’obiettivo delle aziende è di ricevere e memorizzare i pattern dell’attività cerebrale. Il meccanismo di raccolta è simile per i Visori VR e AR (Realtà virtuale e Aumentata). Questi strumenti, specie quelli più moderni, utilizzano l’eye-tracking e i sensori di espressione facciale.
È un contatto diretto per individuare cosa attira la nostra attenzione, cosa ci disgusta o genera eccitazione. Sono le nostre pupille a reagire allo stimolo visivo, rivelando ciò che pensiamo prima ancora di poterlo elaborare noi stessi. Un altro esempio, forse più lampante, è quanto avviene nel mondo del gaming. I controller o biosensori percepiscono la frustrazione o il coinvolgimento nato durante una partita, adattando così la difficoltà del gioco in base al nostro stato d’animo (Dynamic Difficulty Adjustment). Tale meccanica non solo ti incentiva a continuare la sessione, ma rende fruibili i nostri punti deboli emotivi. Oro colato per la creazione di inserzioni pubblicitarie volte a colpirci esattamente nei punti giusti.
La legge deve progredire insieme alla tecnologia
Il processo tecnologico sta trasformando la nostra mente in un archivio eterno, ma la biologia ci insegna l’esatto opposto: il cervello non è infinito, ma destinato a selezionare. La nostra mente è obbligata a eliminare i dettagli superflui per consentirci di estrapolare ciò che conta, o di apprendere il nuovo. Abbiamo bisogno di dimenticare l’eccesso per progredire, così come avviene per i sentimenti. Se non fossimo in grado di lasciar andare il dolore di un lutto o di un fallimento, cristallizzandoli dentro di noi, resteremmo bloccati. Se la tecnologia ci priva della possibilità di lasciar andare i dettagli – dai dati personali alle tracce emotive – ci condanna a un sovraccarico che, biologicamente, non ci appartiene. Privarci dell’oblio ci priva dell’evoluzione stessa del pensiero.
Tirando le somme, la tecnologia moderna ha assottigliato il confine della privacy. Un confine che, già da tempo, appare sfocato. Il velo di angoscia che avvertiamo adesso, però, è alimentato dalla totale perdita del controllo. In passato potevamo verificare l’effettiva portata dei nostri dati pubblici, ora l’eliminazione di una foto dai social equivale a un solo granello di sabbia nell’oceano. L’aspetto che spinge a una privacy completa è l’incertezza della mole dei nostri dati resi effettivamente pubblici. La tecnologia fa parte di un processo evolutivo inarrestabile che non può essere fermato, ma dobbiamo pretendere che la legge si evolva con essa. È necessario che il diritto ci restituisca il tasto “cancella” non solo per i nostri post, ma anche per i nostri dati più intimi. Solo così potremo reclamare il nostro diritto più umano: quello di poter ricominciare da capo.
Stefania Cirillo





