Nel corso degli anni abbiamo assistito a numerosi film di sopravvivenza, che emergono dall’acqua come occasione di grande riflessione: sulla vita, sull’esistenza umana, sulle nostre capacità di salvarci. Il cinema contemporaneo ha sposato il referente oggettivo dell’isola come luogo figurale dell’inconscio. Se guardiamo alle creature cinematografiche, come Chuck Nolan in Cast Away, Linda in Send Help, o ancora Yaya in Triangle of Sadness, ciascuno di loro, messo dinanzi alle alture angoscianti delle palme e allo sconfinato silenzio di un’isola deserta, vomitano tutto ciò che di più vero li appartiene. L’isola è lo specchio dell’inconscio dell’uomo e della società in cui, là fuori, si è abituati a vivere.

Cosa ci lasciamo alle spalle

Chuck Noland in Cast Away (2000, Robert Zemeckis) arriva naufrago sull’isola deserta dopo un violento incidente aereo. Non ha niente con sè, se non la foto della moglie. Il resto degli oggetti che gli torneranno utili durante i lunghi giorni di sopravvivenza li porterà il mare. Capirà cosa fare progressivamente e a fatica. All’apice della sua carriera e con una moglie amorevole che lo attende a casa, Chuck infatti fa ogni giorno i conti con la vita che ha dovuto lasciare, la stessa che gli darà coraggio per non sprofondare nella disperazione. Il mondo ‘di fuori’ è molto diverso rispetto a quello che si lascia dietro Linda di Send Help (2025, Sam Raimi). Cosa lascia la giovane contabile oltre l’oceano? lascia l’ufficio in cui il suo lavoro e le sue doti non sono riconosciute. Lascia l’azienda che la umilia e che la spinge in seconda fila. Sull’isola, al contrario, ritrova vigore, forza, una posizione di comando. L’isola attua una metamorfosi profonda nei personaggi e diventa: il peggior incubo per il primo, un’occasione irripetibile per la seconda.

La nemesi per le donne che valgono

In Triangle of Sadness (2022, Ruben Östlund) invece il personaggio di Abigail, donna di servizio di uno yatch di lusso, al pari di Linda, coglie l’occasione della sopravvivenza per comandare sugli altri sopravvissuti, gli stessi che l’hanno sfruttata a proprio comodo durante le traversate radical chic sulla nave. Dopo l’atto terroristico subito dai passeggeri, l’isola si rivela un rifugio sicuro per i superstiti, ma anche molto di più. La donna delle pulizie in questo contesto è l’unica capace di pescare un polipo, di procurare il cibo a se stessa e agli altri. Può sottometterli, soddisfare voglie e capricci, dominarli. Il richiamo a Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller è inevitabile. I ruoli sono compiutamente rovesciati, e l’isola è ancora una volta, specie per le donne in questi film citati, la nemesi attesa da tutta una vita.

Dall’happy ending di Cast Away alla satira horror del cinema femminista

Chuck Noland fronteggia la solitudine, la disperazione, tenta il suicidio e poi si rimette in gioco costruendo una barca e sfidando il mare aperto. “C’è del ghiaccio nel mio bicchiere, e non so domani la marea cosa può portare“. Le parole sagge del protagonista, al caldo, davanti agli amici, dimostrano tutto il coraggio che ha avuto ma anche la gratitudine che avrà per sempre per l’isola. La stessa che l’ha spinto a riconoscere l’imprevedibilità della vita e la bellezza di ogni singolo giorno. Le sue forze fisiche e mentali sono state tutte convergenti alla riconquista di un mondo in cui era riconosciuto, amato, visto. Ma come sarebbe stato se là fuori non ci fosse nulla da ricostruire, ma al contrario, solo da demolire?

Mentre Chuck sull’isola affronta i suoi fantasmi e a casa dopo anni torna diverso, le due donne di Send Help e Trianngle of Sadness trovano nell’isola un riscatto sociale, che sfocerà in breve tempo in comportamenti sadici e spietati. Il contrappasso consente loro un posto nel mondo, che solo il vuoto e il silenzio riescono a dare. Cast Away trova la salvezza nella sottrazione, Linda e Abigail trovano salvezza nel riempimento del vuoto con le loro reali capacità di leadership.

La malattia sadica nel cinema contemporaneo

Il cinema contemporaneo ha assistito ad un cambio netto di paradigma. Il femminismo ha trovato un canale nuovo d’espressione, con tinte per niente prevedibili. Triangle e Send Help pescano dal mare nero della società il luccichio di un occasione. Questa occasione si rivela per le due donne un modo per esprimere i sintomi malati della società, gli stessi che loro hanno contratto. Difatti la violenza che attuano a fine film, entrambe, dimostra come irrecuperabile sia la dinamica di potere e di sopraffazione che si insinua nell’uomo. La vittima diventa carnefice, e non c’è più posto per un finale consolatorio.

Una distanza abissale

Anche quando Linda torna a casa, ricca, bella, e con tutti i riflettori dello spettacolo puntati, si percepisce il putrido di questa dimensione, e forse è proprio questo che il cinema grida oggi: non c’è più modo per salvarsi. Il cinema riflette questo mutamento attraverso regie audaci, montaggi frenetici, dialoghi dal sarcasmo affilato e generi ibridi in cui l’horror è l’altra faccia della realtà. Guardando all’indietro, come un naufrago guardo ciò che ha attraversato, ci rendiamo conto anche noi che la distanza tra isola deserta e mondo alienato è scomparsa. Non c’è nulla per noi là fuori, come dice Linda e forse solo il cinema riesce davvero a fotografare questa siderale contemplazione.

Doriana Gatta