Ad oggi l’interesse per la protezione della nostra identità digitale non riguarda più solo una serie di dati alfanumerici. L’evoluzione tecnologica ha ampliato la violazione della privacy alla nostra identità biometrica. Quelli che un tempo consideravamo come gli unici fattori della nostra identità digitale, ora non comprendono più solo l’username o la password. Riguardano il volto, la voce e il nostro modo di muoverci. Tuttavia, mentre sfruttiamo il nostro corpo nella chiave d’accesso definitiva, l’intelligenza artificiale mette a disposizione strumenti capaci di scassinare questa serratura con una facilità impressionante. Ciò avviene attraverso il deepfake.

I rischi del deepfake e le possibili contromisure

Come riportato da ICT Security, il termine nasce dall’unione di Deep Learning e Fake. Non si tratta di un semplice fotomontaggio, spesso visibilmente ritoccato, ma di prodotti multimediali all’avanguardia. Gli algoritmi di apprendimento analizzano migliaia di immagini e registrazioni audio di una persona per apprenderne ogni dettaglio. Dal movimento delle labbra, dall’inclinazione della testa all’intonazione della voce. Una volta che l’addestramento è completato, il software può generare un video o un audio che ritrae quella persona che dice o fa cose mai realmente compiute. È uno strumento che, ormai, non è destinato a pochi esperti selezionati. Chiunque può farlo, realizzando contenuti indistinguibili dalla realtà. Questa distorsione intacca direttamente il concetto di vita e, conseguentemente, della nostra identità.

L’uso sconsiderato o malevolo dei deepfake ci pone davanti degli scenari inquietanti. I criminali non sfruttano soltanto il Business Email Compromise, in cui simulano perfettamente il volto o la voce di dirigenti per trarre in inganno i dipendenti. Oltre al danno economico di questo esempio, vi sono situazioni in cui il deepfake colpisce direttamente la reputazione delle persone. È successo per la realizzazione di contenuti pornografici non consensuali o la distorsione di dichiarazioni politiche. L’identità diventa un bene fragile e di facile manipolazione. Non è solo un’invasione della privacy, ma la distruzione della percezione che gli altri hanno di noi.

Lo strumento che abbiamo a disposizione è il dubbio sistematico

Nostro malgrado, non abbiamo a disposizione strumenti efficaci per evitare che ciò avvenga. Esistono, però, modalità che potrebbero garantire la rivelazione di un contenuto digitale manomesso. Gli sviluppatori di Intel, ad esempio, sostengono che il loro FakeCatcher sia in grado di riconoscere con un’accuratezza del 96% un deepfake. Attraverso le micro-incongruenze, come imperfezioni sui bordi del viso, vi è la possibilità di riconoscere un contenuto reale da uno realizzato artificialmente. Tuttavia, questo agirebbe a fine problema, invece che a monte. Pertanto le autorità internazionali spingono per l’integrazione di “filigrane” all’interno dei contenuti digitali realizzati con l’IA, consentendo, così, di riconoscerli immediatamente. L’unico strumento che abbiamo in possesso è il dubbio sistematico. Alla vista di qualsiasi prodotto o richiesta, dobbiamo pensare di verificare le fonti attraverso canali alternativi. Questo, per proteggere gli altri e noi stessi.

Stefania Cirillo