Se vi chiedessi di suddividere i libri presenti nella vostra libreria per genere o per ordine alfabetico, potreste pensare che non vi sia nulla di più semplice. Ma se vi chiedessi di categorizzare ogni opera per impatto emotivo oppure per la capacità di scardinare le vostre certezze? O, ancora, se vi chiedessi di ordinare i libri che, invece, si pongono l’obiettivo di criticare gli aspetti più intrinseci della società? In questo caso, la situazione potrebbe essere più ostica. C’è un titolo, però, che senza discussioni possiamo inserire in quest’ultima divisione: Cadavere Squisito. Un romanzo che sembra, ma non è.

La distopia della normalizzazione: quando l’uomo diventa prodotto

Il romanzo di Agustina Bazterrica rientra magistralmente tra le sfumature apparentemente definite che, in realtà, celano altro. Non occorre dilungarsi nella lettura. È sufficiente la prima pagina per essere catapultati nella distopia più agghiacciante: “Mezzana. Storditore. Linea di macellazione. Lavaggio a spruzzo”. Non sono termini tecnici di uno stabilimento comune, bensì termini utilizzati per la macellazione di esseri umani. La distopia nasce lì, dove muoiono gli animali. Questi ultimi, colpiti da un virus, diventano pericolosi e immangiabili. E se la fauna è dannosa, l’uomo diventa prodotto. Tutto è ammissibile, quando lo si desidera. In fondo “la carne è sempre carne”. Quindi, Cadavere Squisito si propone di essere un libro che critica l’iper-consumismo e la brutalità della macellazione animale? Anche, ma non solo. L’opera della Bazterrica non è rivolta a una categoria specifica. È un romanzo rivolto a noi, alla società. Uno specchio tutt’altro che lusinghiero che riflette ciò che siamo: persone consapevoli di poter divorare oggi, in attesa di essere divorate a nostra volta domani.

Il lettore non viene accompagnato nella Transizione: quell’eufemismo igienico che ha reso legale “un fatto incommensurabile”. Ci interfacciamo immediatamente con quella crudeltà presentata con parole asettiche, quasi chirurgiche. Eppure, un buon lettore sa che “non sono soltanto parole”. Ognuna di queste cela il “sangue, l’odore acre, l’automatizzazione, l’assenza di pensiero”. Il protagonista, Marcos Tejo, ne è consapevole. Proprio lui, che per ragioni economiche ha continuato a lavorare nello stabilimento anche in seguito alla Transizione, adopera le stesse terminologie. La sua speranza è di depistare il coinvolgimento emotivo, ma invano. Il suo corpo e la sua mente ne risentono, avvertono “che ci sono parole che oscurano il mondo”, ma non agisce. O meglio, sa di non poterlo fare. Sopperisce agli eventi e, contemporaneamente, ne prende parte. Tejo è la rappresentazione dell’ipocrisia, della moralità fine a se stessa e dell’accettazione della brutalità per convenienza. Una colpa che, pagina dopo pagina, finisce per sporcare anche le mani del lettore.

Il silenzio come “forma di cannibalismo”

La stessa scrittrice ha definito il silenzio “una forma di cannibalismo” e Marcos ne è l’esempio. Pur non mangiando la carne speciale, diventa carnefice attivo. Quando gli viene regalata una “femmina PGP” il lettore è indotto a pensare al peggio: la venderà o la condurrà al mattatoio? Nessuna delle due opzioni sembra essere stata contemplata. Quella femmina, chiamata da lui Jazmín, diventerà fonte di novità. Il modo meticoloso con cui se ne prende cura, restituendole l’umanità che le è stata strappata via, sembra suggerire un cambiamento propositivo per Tejo. Non più uno spettatore passivo, ma complice attivo della sua vita. Sebbene rischi il Mattatoio Comunale, l’interesse per quella creatura indifesa sembra essere più importante, soprattutto ora che la femmina è incinta.

Lo spettatore, anche se inerme, spera in un rovesciamento. Il cambiamento, quindi, è possibile? Sì, ma in peggio. L’ipocrisia di Tejo nelle ultime battute del romanzo prende il sopravvento. Tutto è ammissibile, se questo ci permette di ottenere ciò che desideriamo. Lo spettatore rimane inerme, cosciente del fallimento. Jazmín gli ha dato ciò che non aveva potuto avere con sua moglie: un figlio. Fatti i suoi interessi, “la carne resta carne”. “Jazmín muove le mani per cercare di abbracciare suo figlio. Vuole parlare, gridare, ma non si sentono suoni. Lui solleva la mazzetta che ha portato dalla cucina e la colpisce sulla fronte proprio al centro del marchio a fuoco. Jazmín cade a terra stordita, svenuta”. La stessa donna che Marcos ha osservato con superficiale dispiacere, rammentando dell’atrocità di essere privati delle corde vocali fin dalla nascita, ora è solo un corpo da macellare.

Uno specchio realistico della realtà

Cadavere Squisito è la prova di come l’indifferenza alimentata dal capitalismo abbia portato alla spersonalizzazione dell’essere umano. Non è solo critica alla brutalità della macchina alimentare: è la complicità del silenzio, è l’indifferenza davanti alle ingiustizie, è l’oggettivazione degli altri per “rimuoverli dalla categoria degli esseri umani”. Bazterrica è stata abilissima nel mostrarci quanto basti inserire una categoria di esseri umani nel mero “altro”, per convincerci che possiamo riversare violenza o discriminazione verso questi ultimi. Almeno, fin quando hanno “lo sguardo umano dell’animale addomesticato”. Il romanzo rimane uno specchio realistico della società. Tejo siamo noi quando, pur inorridendo dinanzi all’orrore, scegliamo di rimanere immobili. Siamo noi Tejo quando assistiamo alla guerra, a chi non ha voce per chiedere aiuto, e riusciamo solo a pensare: “Per ora non tocca a me”. Cadavere Squisito indubbiamente non è per tutti. Non per la complessità o la crudeltà dei temi trattati, ma per chi fatica ad ammettere di essere parte integrante del problema.

Stefania Cirillo