Il presidente Donald Trump ha annunciato la chiusura del John F. Kennedy Center for the Performing Arts, il cuore delle arti performative americane. La comunicazione, avvenuta su Truth Social, giunge dopo un lungo periodo di boicottaggi, polemiche ed eventi cancellati da parte degli artisti del Kennedy Center. L’obiettivo del presidente, come già annunciato all’inizio del suo secondo mandato, è quello di allineare la programmazione ai valori della sua amministrazione. Tuttavia, l’ingerenza del governo sullo storico centro culturale di Washington D.C. ha generato profondo astio e preoccupazione.

La data non è una coincidenza logistica, ma una manovra politica

Kennedy Center Trump - Photo Credits @realDonaldTrump, Truth
Le parole di Donald Trump sulla chiusura del Kennedy Center – @realDonaldTrump, Truth

Trump ha annunciato la chiusura del Kennedy Center per il 4 luglio 2026, in coincidenza con il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. Secondo il presidente, “il modo più rapido per riportare il Trump Kennedy Center al suo splendore è sospendere le attività per due anni”, consentendo così una ristrutturazione sia fisica che ideologica. Un dettaglio tutt’altro che formale è la scelta del tycoon di ribattezzare il centro in “Trump Kennedy Center”. Tale decisione rappresenta la rottura definitiva di un memoriale dedicato esclusivamente a JFK. In questo modo, il Kennedy Center rischia di smarrire la propria essenza e il suo stesso valore storico e culturale. Questa deriva ha spinto numerosi artisti ad abbandonare la prestigiosa istituzione in segno di protesta contro le politiche del governo. Come riportato su Open, la soprano Renee Fleming e il compositore Philip Glass si sono uniti agli artisti che hanno cancellato i propri eventi. Il capo della programmazione, Kevin Crouch, dopo sole due settimane dal suo insediamento, ha dato le dimissioni.

La tempistica della chiusura, però, appare tutt’altro che casuale. Sospendere le attività proprio il 4 luglio 2026 significa lasciare Washington senza il suo palcoscenico principale proprio durante la celebrazione del 250° anniversario della nazione. Mentre la commissione America250 è impegnata con la realizzazione di progetti significativi, il Kennedy Center resterà inaccessibile, privando la capitale del luogo che tradizionalmente ospita i più grandi tributi artistici dell’identità americana. Per i critici non si tratta di una coincidenza logistica, bensì di una palese manovra politica volta a “resettare” l’istituzione. L’obiettivo appare evidente: svuotarla fisicamente per recidere i legami con la gestione precedente e riaprirla con una veste (e una programmazione) allineata ai dettami dell’amministrazione.

Solo l’indipendenza artistica può riportare il Kennedy Center a ciò che era

La posizione dei democratici è stata riassunta con durezza dalla rappresentante Joyce Beatty, che ha dichiarato: “Ancora una volta, Donald Trump ha agito in totale disprezzo del Congresso. Il Kennedy Center è finanziato dal Congresso, e il Congresso avrebbe dovuto essere consultato su qualsiasi decisione di sospenderne le attività o di intraprendere ristrutturazioni massicce, specialmente per un periodo di due anni”. Nonostante ciò, gli operai hanno già installato le insegne con il nuovo nome “Trump Kennedy Center”. Il sistema giudiziario ora dovrà stabilire se un presidente può unilateralmente “appropriarsi” di un monumento nazionale o se questo debba restare, come previsto in origine, un omaggio alla memoria di JFK. Joyce, inoltre, aggiunge che la ristrutturazione dei locali non basterà per riportare il Kennedy Center a ciò che era, “solo il ritorno all’indipendenza artistica lo farà”.

Stefania Cirillo