Il caso degli Epstein Files ha fornito un altro elemento trasformatosi istantaneamente in argomento di dibattito: la presenza di Noam Chomsky. Il linguista e filosofo statunitense ha trascorso la sua intera esistenza a combattere ideologicamente la politica americana. Il suo pensiero ha, da sempre, avuto l’intenzione di infastidire il potere, specie quello nascosto. Eppure, ora che si è mostrato parte complice del problema da lui ripudiato, il suo pensiero si annulla?

Quando le azioni annullano la filosofia

Trovare una risposta collettiva al quesito è complesso, specie perché la percezione che le persone possono sviluppare a seguito della notizia è soggettiva. Molti, dopo essere venuti a conoscenza del coinvolgimento con Jeffrey Epstein, hanno iniziato a rivalutare le sue stesse parole. Un esempio eclatante è l’opera “La fabbrica del consenso” di Noam Chomsky e Edward S. Herman. Nel testo viene teorizzato come i mass-media, nelle società capitaliste e democratiche, funzionino da potenti strumenti di propaganda. Viene evidenziato, inoltre, come le modalità di diffusione delle informazioni possano manipolare l’opinione pubblica a sostegno dell’interesse verso élite. Nella democrazia attuale, secondo il filosofo, siamo ben lontani dall’essere liberi di avere discrezionalità. Il potere, infatti, non si identifica nella censura, bensì nel modo attraverso il quale le notizie ci giungono. Il caso degli Epstein Files ne è l’esempio lampante.

Attualmente, una buona percentuale delle notizie che ci giungono non sono volte a informarci, ma a intrattenerci. È diventato a tutti gli effetti un prodotto serializzato, un dramma che viene consumato come una serie televisiva. Il passaggio è avvenuto sotto i nostri occhi: dall’informazione al consumo e noi siamo i fruitori. Le atrocità di cui siamo venuti e continuiamo a venire a conoscenza ci giungono passivamente e a raffica. Le modalità depotenziano la notizia stessa. Questi non sono concetti astratti, ma il riflesso stesso delle idee di Chomsky. Come è possibile che l’ideatore di questi concetti fosse amico con una persona che controllava il potere negli Stati Uniti segretamente e, simultaneamente, manovrasse le informazioni secondo il proprio volere?

Un complice intellettuale

Il modo in cui Chomsky si è mostrato complice, stando ai file, non figura nella partecipazione attiva alle attività criminali di Epstein, bensì nel rapporto intellettuale e relazionale tra i due. Il filosofo, difatti, ha offerto legittimità e “copertura” morale, definendo le accuse contro di lui pura “isteria”. Fu Epstein stesso a riferire di aver ricevuto da Chomsky consigli su come gestire “il modo orribile” in cui la stampa e il pubblico lo stavano trattando. “Il modo migliore di procedere è ignorare la cosa”, scrisse Chomsky.

“Questo è particolarmente vero ora, con l’isteria che si è sviluppata riguardo agli abusi sulle donne, arrivata al punto che persino mettere in discussione un’accusa è un crimine peggiore dell’omicidio”, così come riportato su The Guardian. Le frequenti comunicazioni rivelano che il rapporto non è mai stato occasionali ed esclusivamente di natura finanziaria, tant’è che il filosofo stesso la definì “un’esperienza preziosissima” l’aver mantenuto “contatti regolari” con Epstein.

“Si può teorizzare la liberta essendo schiavi?”

In tutti questi anni, mentre il mondo chiedeva giustizia per le vittime, Chomsky scriveva privatamente a Epstein definendo l’attenzione mediatica sui suoi crimini come una forma di fanatismo. In quel momento, il filosofo non stava più analizzando la propaganda, la stava suggerendo. Pertanto, a fronte di quanto conosciamo, è possibile dividere l’arte dall’artista? È possibile continuare a contemplare le idee di un filosofo che ha agito contro le sue stesse parole? Come suggerito da Abbozzo, pur non potendo rispondere schiettamente alla domanda, possiamo riesumare le parole di François Noudelmann. Nel suo libro “Il genio della menzogna. I filosofi sono dei gran bugiardi?” ci ricorda che i filosofi sono, spesso, i primi a tradire le proprie verità. Se accettiamo la sua tesi, dovremmo scindere l’opera dall’individuo. Il valore della critica al potere di Chomsky, così, non verrebbe meno davanti le sue stesse colpe. “Si può pensare il Bene vivendo nel Male; si può teorizzare la libertà essendo schiavi delle proprie passioni o delle proprie frequentazioni. La filosofia non è un’autobiografia mascherata, ma una fuga dall’io”.

Stefania Cirllo