Il caso relativo agli Epstein Files non ha fornito solo una mole di informazioni in merito ai crimini da lui compiuti. Ci ha fornito, tra le altre cose, una motivazione aggiuntiva per riflettere. A fronte della divulgazione serializzata e monetizzata, ciò che le persone posso fare nella loro posizione passiva è quella di porsi domande. Come è accaduto per il rapporto stretto emerso tra Jeffrey Epstein e il filosofo Noam Chomsky, è giusto (e naturale) proiettare il medesimo quesito anche in altri ambiti. Una domanda che potremmo definire antica tanto quanto l’arte stessa: è possibile dividere l’opera dall’artista?
Se l’artista è spregevole, l’arte diventa infetta?
L’esempio concernente Chomsky ha mostrato una natura differente. Il suo caso specifico, infatti, ha rivelato quanto sia più coerente separare la filosofia dal filosofo. “I filosofi”, come affermato da François Noudelmann, “sono, spesso, i primi a tradire le proprie verità”. Il potere delle sue critiche, pur essendo in contrasto con le sue stesse azioni, fungono da strumento per coloro che vengono dopo. È possibile trarre qualcosa di positivo anche dall’incoerenza del linguista, essendo questo un ambito accademico e ideologico. Ma se spostiamo l’attenzione su un settore più umano e soggettivo, il discorso sulla separazione tra creatore e creazione potrebbe vacillare. L’arte, che sia visiva o uditiva, diventa l’elemento in cui ci identifichiamo. Se l’autore di ciò che ci tocca intimamente si rivela spregevole, possiamo ancora trarre del buono dall’opera?
Mentre la filosofia funge da interpretazione della realtà attraverso analisi critiche, l’arte tocca corde astratte di cui neanche noi stessi siamo a conoscenza. Quindi, a fronte dell’intimità che possiamo nutrire nei confronti dell’opera, saremmo in grado di bruciare (simbolicamente parlando) i vinili dell’artista che si è rivelato feccia? Saremmo in grado di ripudiare il regista o il poeta che ha esternato il lato più oscuro dell’essere umano? Anche in questo contesto la risposta può essere soggettiva e, soprattutto, dipendente dalla gravità dei gesti. La storia dell’arte è costellata di opere immortali nate da figure umane irrimediabilmente compromesse. Ma quando l’abisso personale dell’autore straborda fuori dai margini della tela o dai solchi del disco, l’opera ne rimane illuminata di una luce sinistra o ne finisce irrimediabilmente infettata? A seguito dei casi riportati, potrete giudicare voi stessi se la distinzione è possibile.
Varg Vikernes, il one-man band di Burzum
Molti credono che l’impatto emotivo di un’opera sia direttamente proporzionale all’oscurità dell’artista, ma fino a che punto questo concetto può essere considerato un valore aggiunto? È molto probabile che potreste rivalutarne la funzionalità dopo aver sentito parlare di Varg Vikernes, componente della one-man band Burzum. Gli appassionati di black metal saranno a conoscenza del contributo rivoluzionario che l’artista ha iniettato al genere. Con Vikernes viene a mancare la ricerca della perfezione tecnica in favore dell’atmosfera. I primi album registrati, infatti, sono stati realizzati con attrezzature pessime e riff circolari e ipnotici. La musica di Varg suona come la sua mente: grezza, isolata e ostile. Tuttavia, il suo estro artistico non è stato l’unico fattore di rilievo. La sua ideologia estremista e violenta è stata il suo vero lascito che, irrimediabilmente, ha macchiato la scena black metal.
L’artista che ha macchiato la scena black metal
L’intera esistenza dell’artista norvegese è stata segnata da credenze estremiste e gesta altrettanto crudeli. Nell’intervista rilasciata mentre attendeva la sentenza da parte del tribunale di Oslo, presente su Truemetal, emerge il suo lato più delirante: dalle azioni terroristiche, passando per l’odio viscerale per le donne e concludendo con l’omicidio di Øystein Aarseth (Euronymous), leader dei Mayhem, per cui è stato condannato a scontare 21 anni in carcere. La sua vita appare costruita su fondamenta composte da odio e crudeltà. Un convinto sostenitore della razza ariana e pagana che, a suo dire, dovrebbe dominare in Norvegia.
Lo stesso che ha elencato i suoi capi di accusa, parlando dell’omicidio di Euronymous come “di uno splendido assassinio di uno sporco topo comunista”. Lo stesso ad aver incendiato tre chiese in Norvegia e aver definito “le donne inferiori agli uomini” a causa dell’assenza di “auto-rispetto” di quest’ultime. Un’artista che alla domanda: “Ritieni davvero di poter armare della gente e spingerla contro la chiesa?” ha risposto affermativamente e con profonda convinzione, aggiungendo: “Oggi siamo più forti che mai! lo mostro la verità di Odino alla gente e Odino si insidia nei loro cuori. È una cosa inevitabile, perché Odino fa parte della natura di tutte le razze germaniche”. Un artista che, privato della sua arte, non è altro che abominio.
Da Polański a Pound: dove pende l’ago della bilancia?
Adesso, parlare della possibilità di separare l’arte dall’artista può risultare ancora più complesso. Il caso precedente, specie se non si è inseriti nel black metal, è più singolare e, conseguentemente, facilmente imputabile. Eppure, se vi citassi Roman Polański, riuscireste ad avere la stessa lucidità? Se vi dicessi che lo stesso regista che ha dato vita a Il pianista è lo stesso che da decenni fugge dalla giustizia statunitense, riuscireste a rimanere indifferenti? L’artista che riconosce la vita come una “perpetua violenza” è lo stesso che, all’età di 44 anni, ha abusato sessualmente di Samantha Geimer, modella che all’epoca dei fatti aveva 13 anni. Una donna che, secondo Polański, è stata “doppiamente vittima” sua e della stampa. L’artefice di un’opera straziante come Il pianista, in cui l’arte viene identificata come strumento di salvezza, ha definito “un incubo” il coinvolgimento della stampa. Affermò che se avesse ucciso qualcuno, non avrebbe avuto lo stesso clamore. Può il genio di chi ha saputo raccontare così bene la sofferenza umana assolvere l’uomo dal cinismo di queste parole?
L’ultimo caso limite riguarda Ezra Pound, uno dei poeti più influenti del XX secolo. Una figura monumentale contaminata dall’ideologia. L’uomo le cui mani hanno dato vita a I Cantos, considerato uno dei capolavori della letteratura modernista, è lo stesso la cui voce ha alimentato l’odio razziale in uno dei periodi più bui della storia. Tra l’altro, il suo coinvolgimento con il fascismo era così plateale e intrinseco che il nome CasaPound è ispirato proprio al poeta statunitense. La sua vita, una volta scisse le sue opere, si incentrava unicamente a fini politici. Un lascito e una poesia elevata, quando accompagnata da valori e ideologie infime, dove fa pendere l’ago della bilancia?
Quanto orrore siamo disposti a tollerare?
In ultima analisi, la scissione tra creatore e creazione somiglia più fedelmente a una ferita aperta che ogni fruitore può scegliere se medicare o ignorare. In questo campo, in assenza di un tribunale che possa emettere una sentenza valida per tutti, l’unico giudice è la morale personale. Indubbiamente, se la filosofia ci fornisce uno strumento, l’arte ci offre uno specchio. Quando, oltre la bellezza, iniziamo a scorgere il riflesso dell’oscurità di colui che l’ha generata, la visione subisce distorsioni. In fin dei conti separare l’arte dall’artista è sì, una questione di moralità, ma anche di resistenza psicologica. Quanto orrore siamo disposti a tollerare in cambio di un brivido? La bilancia, infine, resta nelle mani di chi legge, guarda o ascolta, e valuta cosa merita l’immortalità.
Stefania Cirillo





