Guadagnare soldi in modo semplice può stuzzicare l’interesse di chiunque, specie se le modalità attraverso le quali è possibile farlo non sono illegali. Per questa ragione, e sempre con più frequenza, stiamo assistendo sui social a costanti sponsorizzazioni che promettono soldi in cambio di lavoretti: dallo “scrollare” al dirigerci in luoghi per raccogliere informazioni su prodotti o brand, tutto identificato come estremamente rapido e facile. Anche se alcune di queste app urlano “truffa” a chilometri di distanza, altre invece sembrano essere veritiere. Tra queste ultime rientra Be My Eye. I soldi, quantomeno a una parte di utenti, arrivano. Quindi qual è il punto nevralgico del soldo facile? Il capitalismo della sorveglianza, un problema invisibile ma reale.

Il libro di saggistica Il capitalismo della sorveglianza, scritto dalla professoressa Shoshana Zuboff nel 2019, esprime un intero meccanismo economico in cui siamo noi i protagonisti attivi. Le aziende sfruttano la mera esperienza umana come materia prima gratuita da tradurre in dati comportamentali. Con rapidità siamo passati dal totalitarismo allo strumentalismo, ovvero il passaggio da un sistema di controllo totale a uno che non si cura di ciò che pensano le persone. L’unico interesse preminente è quello di spingere gli individui alla connessione costante e alla prevedibilità, curandosi esclusivamente dei comportamenti misurabili. Non vi è forza in questo sistema, solo pressione invisibile. Sembra un concetto lontano che in un certo qual modo non ci interessa nel personale. In realtà l’esempio di Be My Eye è la rappresentazione tangibile della pressione invisibile accennata poco prima.

Be My Eye, l’esempio concreto dello strumentalismo

Presentare l’esempio concreto di un applicativo che sfrutta lo strumentalismo non è volto a demonizzarlo, ma a comprenderlo. Riconoscere quel che inevitabilmente viene oscurato da dati e algoritmi non solo rende consapevoli, ma capaci di scegliere se prendere parte al meccanismo economico di cui sopra. Be My Eye, inoltre, non è parte attiva solo per le fughe di dati che alcuni utenti segnalano. È il nome stesso a presentarsi, annunciando quello che sarà il nostro ruolo: essere gli occhi di aziende o multinazionali e agire nel pratico al posto loro. Le mansioni, per poter guadagnare da pochi centesimi a 6-8 euro, spaziano abbastanza.

L’app chiede agli utenti di fotografare bar, negozi o supermercati. Chiede, poi, di indicare attraverso degli scatti quali prodotti sono esposti, cosa manca e cosa è in promozione. O, ancora, di parlare con i commessi e insistere con questi ultimi per farsi proporre un prodotto piuttosto che un altro. Il tutto successivamente documentato con lunghe domande e prove visive. Se in precedenza le transazioni seppur lente andavano a buon fine, ora le recensioni fioccano di critiche: dati rubati, soldi mai ricevuti o missioni annullate senza apparente motivo. Le missioni annullate senza motivo apparente suggeriscono che, per l’algoritmo, il valore non risiede necessariamente nel completamento del compito, ma nel dato grezzo già estratto durante il processo, lasciando l’utente in una posizione di totale asimmetria di potere.

Ogni dinamica esposta sull’app, inoltre, viene presentata come un gioco. Il fine è di rendere le missioni stuzzicanti o divertenti, spingendo gli utenti a ritenere il proprio coinvolgimento “innocente”. In realtà, diventando gli occhi delle multinazionali non solo ci sostituiamo a una sorveglianza visibile, ma diventiamo una pedina a basso costo per monitorare da vicino l’economia. A questo punto, pur consci del libero arbitrio, possiamo evidenziare che è il sistema a guadagnare la nostra totale sottomissione alla sua logica di previsione, non il contrario.

Stefania Cirillo