La nota organizzazione non governativa ambientalista Greenpeace ha subito un duro colpo. Il 28 febbraio è giunta la sentenza da parte del tribunale distrettuale del North Dakota che condanna Greenpeace International e Greenpeace negli USA a pagare 345 milioni di dollari. I fatti riguardano delle proteste avvenute tra il 2016 e il 2017 contro l’Energy Transfer, un gigante del settore petrolifero.

Perché Greenpeace rischia la bancarotta?

I migliaia di attivisti che parteciparono alle proteste, tra cui i nativi Sioux della riserva di Standing Rock, volevano opporsi alla costruzione di un oleodotto. Il possibile rischio annunciato era che si potesse verificare una contaminazione delle terre e delle acque. Tuttavia, tutte le strategie adottate da Greenpeace per opporsi alla costruzione sono state sfruttate da Energy Transfer per accusare l’ong di aver orchestrato le manifestazioni. Ha sostenuto inoltre che avesse addirittura pagato i manifestanti per farli incatenare sul posto.

Le proteste non sono bastate a bloccare la realizzazione dell’oleodotto che, a causa dell’elezione di Trump nel 2017, è stato rapidamente concluso. L’infrastruttura petrolifera chiese originariamente 667 milioni di dollari. Attualmente, pur essendosi ridotta a 345 milioni di dollari, rappresenta ancora una cifra che non può essere sostenuta da Greenpeace. Per l’organizzazione,pagare questa somma significherebbe andare ufficialmente in bancarotta. L’ong, tuttavia, non ha intenzione di cedere.

L’organizzazione lo ribadisce: «Alzeremo ancora di più la nostra voce»

Greenpeace International e Greenpeace Stati Uniti, a seguito della condanna, hanno immediatamente annunciato che chiederanno un nuovo processo. Se necessario, hanno aggiunto, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota. Come riportato dal sito ufficiale di Greenpeace, l’organizzazione continua a sostenere che «la Costituzione degli Stati Uniti non consente l’attribuzione di responsabilità in questo caso, che ET non ha presentato prove a sostegno delle proprie accuse». Durante il processo Energy Transfer non ha presentato prove a sostegno delle proprie accuse. Secondo quanto detto, «il tribunale ha ammesso al processo testimonianze provocatorie e irrilevanti escludendo invece prove a sostegno della difesa, e che il collegio dei giurati a Mandan non poteva essere imparziale».

Il direttore Esecutivo di Greenpeace International, Mads Christensen, ha dichiarato: «Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione». Il direttore prosegue: «Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta».

Stefania Cirillo