Innumerevoli controversie hanno accompagnato fin da subito la diffusione dell’intelligenza artificiale. Era inevitabile, soprattutto all’inizio. E se i primi timidi approcci andavano a braccetto con i dubbi sull’etica e l’inquinamento, ora il copyright ha occupato il loro posto. Secondo quanto emerso recentemente, i casi di violazione del diritto d’autore avvenuti con il fine di addestrare i modelli IA sono sempre più frequenti. Difatti, i casi in cui le aziende tech non trovano (o cercano) un accordo con i legittimi proprietari, come è avvenuto con Encyclopedia Britannica, Merriam-Webster e OpenAI, sfociano in cause legali.
OpenAI accusata di violare le leggi del copyright
Il caso diffusosi nelle ultime ore non è il primo e si prospetta non essere nemmeno l’ultimo. Volendo entrare nel merito della vicenda, è importante sottolineare che Encyclopedia Britannica e Merriam-Webster detengono i diritti di quasi 100.000 articoli online. Pare essere proprio questo ricco repertorio ad aver suscitato l’interesse di una big del settore dell’intelligenza artificiale, OpenAI. L’accusa, infatti, vede le due protagoniste accusare l’azienda di aver utilizzato le loro proprietà intellettuali per addestrare dei Large Language Model (LLM) da parte di OpenAI. Tuttavia, quest’intera operazione sarebbe avvenuta senza richiedere alcun permesso e, similmente, senza alcun accordo economico.
La violazione di cui OpenAI è accusata, quindi, riguarda proprio le leggi sul copyright. Oltre a ciò, un altro problema riguarderebbe la generazione output con «riproduzione integrali o parziali» dei contenuti forniti e di proprietà di Encyclopedia Britannica e Merriam-Webster. La violazione, come se non bastasse, riguarda anche il Lanham Act. È una legge federale che regola l’uso dei marchi commerciali e dei marchi di servizio. Inoltre definisce i divieti e le sanzioni in caso di violazione dei marchi. In questo caso specifico sarebbe legata alle possibili «allucinazioni» dell’IA che potrebbe associare all’editore delle affermazioni false. Nella denuncia si legge: «ChatGPT priva gli editori web come Britannica di entrate generando risposte alle domande degli utenti che sostituiscono e competono direttamente con i contenuti di editori come Britannica». L’accusa ora si sposterà in tribunale, anche se molto probabilmente è possibile che il tutto si concluda con un accordo economico.
Le cause legali sono in aumento
Tuttavia, per Encyclopedia Britannica la causa contro OpenAI non è l’unica. Attualmente ve ne è un’altra in corso contro Perplexity, un motore di ricerca basato su chat bot, accusato di una violazione analoga a quelle riportate poco prima. Più in generale, le realtà più disparate stanno avviando cause legate proprio all’utilizzo di contenuti protetti da copyright per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Attualmente OpenAI non ha risposto alle richieste o commentato la vicenda. Vi è solo da attendere e sperare che le giuste precauzioni, senza incappare in cause legali, vengano prese. Non solo per una questione legale, ma per una questione di principio e di rispetto del lavoro altrui.
Stefania Cirillo





