La storia ci ha insegnato che la guerra non modifica o riscrive solo i confini, ma cambia radicalmente la vita delle persone coinvolte direttamente o indirettamente nel conflitto. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le conseguenze inevitabili si sono attualmente palesate. Lo riporta Novaya Gazeta Europe, così come il Russia.Post: l’incremento di donne che denunciano episodi sistematici e brutali di violenza domestica da parte di partner russi di ritorno dal fronte è significativo. La guerra, tuttavia, è davvero determinante oppure è solo un “pretesto”? La risposta, pur non essendo semplice, si trova esattamente in bilico tra le conseguenze del conflitto e le dinamiche preesistenti.

Alla fine di giugno 2025, l’Amministrazione Presidenziale ha dichiarato che 137.000 soldati erano tornati a casa. Quel che resta oscuro è ciò che accade dopo il rientro a casa. Il dato è in linea con l’aumento, verificatosi l’anno precedente, di donne costrette a rivolgersi al numero di emergenza nazionale. Tutte donne, generalmente tra i 30 e i 40 anni, spesso con figli, che cercano aiuto o assistenza e spesso, come riporta lo studio “Coming home to roost” pubblicato su Novaya Gazeta Europe, non riescono concretamente a trovarlo.

La violenza domestica in Russia sta diventando (ancora) una «seconda epidemia»?

Il numero approssimativo dell’anno precedente si aggira intorno alle 24.000 unità (un aumento circa del 40%), pari solo al periodo del Covid-19. Quel momento storico, infatti, è stato simbolicamente rilevante . L’incremento delle violenze domestiche segnalate in Russia durante l’isolamento è stato così elevato da essere definito «una seconda epidemia». Il ritorno dei soldati a casa, tuttavia, sta generando un impatto analogo. L’80% delle donne, riferiscono i rappresentanti del servizio di assistenza, ha subito episodi di violenza fisica. Una persona su due presentava lesioni, una persona su otto ha segnalato casi di stalking.

Le donne vittime di violenza sono tante, troppe. Una donna potrebbe rappresentare un caso isolato, ma dalla seconda, dalla terza, non è più caso: è sistematicità. Eppure, malgrado i numeri siano già estremamente preoccupanti, non rappresentano neanche la totalità. In questo caso si parla di numero oscuro, facendo riferimento a l’alta percentuale di donne che, per paura o sfiducia, scelgono di non denunciare. In Russia, in particolar modo, le donne vittime di violenza domestica raramente chiedono aiuto: il 96%, dopo essersi rivolte alle forze dell’ordine, si è considerata insoddisfatta dell’aiuto e del supporto ricevuto. Il sito Vyorstka riporta che tra il 2022-2023 i tribunali distrettuali hanno esaminato 104 procedimenti amministrativi e 64 penali per percosse alla famiglia, in 19 procedimenti è stato evidenziato che gli imputati erano rientrati dalla guerra.

Il caso di Nikolay e Darya Merzlykh

Eppure, proprio a causa dell’assenza di una legge specifica contro la violenza domestica, casi analoghi arrivano difficilmente in tribunale. A questo si somma la possibilità solo opzionale delle autorità di redigere rapporti e raccogliere dati. La polizia, pertanto, sottovaluta o non prende in considerazione né le violenze domestiche né i casi di stalking poiché il reato di stalking non esiste nella legislazione vigente in Russia.

Novaya Gazeta Europe riporta la storia di Nikolay e Darya Merzlykh che hanno scelto di sposarsi dopo soli due mesi di convivenza. Dopo il matrimonio Nikolay, un veterano della guerra in Ucraina, ha iniziato ad abusare di alcol. Le discussioni, dapprima contenute, sono iniziate a degenerare rapidamente, sfociando in minacce e violenze. «Ti pugnalo ora», ha inveito Nikolay, «ti taglierò la testa». Darya si è rivolta alla polizia tre volte riferendo che lei e sua figlia maggiore sono state minacciate e picchiate ripetutamente. Gli investigatori hanno scoperto che Nikolay aveva alle spalle diverse condanne precedenti, anche per omicidio. Un agente ha chiesto a Darya: «Sai almeno chi hai sposato?», ma un vero aiuto non è mai arrivato.

A seguito dell’allontanamento della donna, insieme ai suoi tre figli, l’uomo ha continuato a perseguitarla. Dopo averla intercettata in strada, Darya, insieme alla mamma di lei che ha cercato di intervenire, sono state pugnalate 20 volte con un coltellino svizzero. Nikolay, invece di scontare 14 anni di prigione, stava già pianificando di tornare al fronte, evitando così la pena.

La guerra è una conseguenza o una giustificazione?

La scelta di riportare la storia non è volta a presentare un caso pratico, cercando di dare un nome a una delle donne vittima di violenza. L’obiettivo, in realtà, è anche per rispondere alla domanda posta in partenza. La guerra, trovarsi sul fronte, vivere a un passo dalla morte, è davvero determinante nell’aumento dei casi di violenza, oppure diventi solo un pretesto per esternare la propria crudeltà? Purtroppo, in assenza di dati specifici è complesso fare una stima e, anche se fosse possibile, i casi di violenza domestica andrebbero trattati singolarmente. Una risposta univoca non esiste, ma il concetto sembra essere lo stesso. La guerra, la gelosia, l’alcolismo e i precedenti penali appaiono nello schema generale come un pretesto sistematico per trovare una giustificazione a una cosa soltanto: l’odio verso le donne. La guerra non “crea” sempre la violenza dal nulla, spesso la autorizza o la esaspera.

Stefania Cirillo