La crisi energetica non è un problema di origine recente e, anche se il fulcro rimane invariato, sta ugualmente assumendo delle sfumature differenti. La guerra in Medio Oriente, così come la domanda crescente di energia, complica la gestione. Le modalità adeguate per contrastare la richiesta e affrontare la scarsità degli strumenti a disposizione si inserisce nel concetto stesso di crisi. In questo scenario, tuttavia, manca un tassello rilevante: l’IA.

L’Europa vuole potenziare l’IA, ma la crisi energetica?

Lo sforzo necessario per utilizzare l’intelligenza artificiale è minimo: rivolgiamo una domanda o avanziamo una richiesta e il chatbot in pochi secondi ci fornisce ciò di cui abbiamo bisogno. Eppure, dietro un’efficienza così elevata si cela un considerevole dispendio di energia che un consumatore chiaramente non conosce. Il cuore pulsante che lo rende possibile sono proprio i data center, cioè le strutture fisiche al cui interno si trovano i supercomputer e i componenti alla base della crescita dell’IA. Questi luoghi sono indispensabili per l’elaborazione avanzata dei dati ma, al tempo stesso, richiedono una quantità elevata di elettricità ed è proprio questo il punto nevralgico.

Gli impianti, per tener testa alle richieste e altresì allo sviluppo dell’IA stessa, diventano sempre più grandi e bisognosi di energia. Attualmente negli Stati Uniti sono presenti circa 5.400 strutture, collocandosi così in prima linea nella scena globale. In Europa, ad esempio, ve ne sono all’incirca 3.400. Secondo i dati di Cloudscene, il divario tra Europa e Stati Uniti è netto. La pressione per allinearsi ai giganti americani sta spingendo verso un’espansione infrastrutturale senza precedenti. L’obiettivo, quindi, potrebbe generare o intensificare la crisi energetica.

Cosa ci dice lo studio di Interface?

In merito a ciò si inserisce lo studio di Interface, un centro di ricerca europeo volto a trattare politiche energetiche e digitali. Gli esperti sostengono che questo scontro stia diventando sempre più preoccupante e, pertanto, è necessaria una riforma. Pur essendo necessarie, le ambizioni europee sull’IA rischiano di aggravare ulteriormente la situazione, invece che di migliorarla. Nel rapporto si legge: «Costruire strutture da centinaia di megawatt che non sfruttano in modo efficace la capacità per cui sono state contrattualizzate sarebbe insostenibile non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello dei sistemi energetico e climatico».

L’energia sempre più elevata, quindi, deve viaggiare attraverso infrastrutture sottoposte già adesso a una forte pressione. Inoltre, la rete elettrica europea non è nata nell’ottica dell’IA e aggiungere un altro carico simile in termini pratici sembra impensabile. «Secondo le stime – aggiunge il rapporto-, l’addestramento di ChatGPT-4 ha consumato circa 46 GWh di energia, pari a un prelievo continuo di 20 MW per tre mesi e sufficiente ad alimentare l’intera Regione di Bruxelles-Capitale per oltre quattro giorni». Il consumo elettrico globale dei data center, proprio a causa dell’IA, rischia di raddoppiare entro il 2030.

I data center europei devono essere inseriti nelle reti nazionali e dell’UE

A dimostrazione di ciò, il rapporto segnala che OpenAI si è trovato costretto a mettere in pausa gli investimenti sia nel Regno Unito che in Norvegia, a causa dei prezzi sempre più elevati dell’elettricità. Questo evidenzia come anche le aziende di IA debbano far fronte ai limiti energetici dell’Europa.

È necessario quindi che i data center europei vengano integrati nella pianificazione delle reti nazionali e dell’UE, fondendo le scelte di localizzazione alla disponibilità di energia rinnovabile. Il rapporto infine conclude dicendo: «Il valore e l’accettabilità nel lungo periodo dei grandi cluster di calcolo per l’IA dipenderanno dal fatto che vengano concepiti, regolamentati e gestiti come infrastrutture energetiche critiche, distinte dai data center tradizionali».

Stefania Cirillo